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		<title>Una proposta europea di riforma elettorale per l’elezione del Parlamento Europeo.</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 14:37:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La percentuale dei votanti alle ultime elezioni europee è calata a livelli preoccupanti in mancanza di un convincente e coinvolgente messaggio agli elettori. Il sistema dei partiti politici dell’Unione è oggi un raggruppamento informale mentre c’è necessità di una disciplinata struttura di collegamento. Il primo passo è stato fatto con il riconoscimento dei partiti nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/EUR.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-266" title="EUR" src="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/EUR-300x246.jpg" alt="" width="300" height="246" /></a>La percentuale dei votanti alle ultime elezioni europee è calata a livelli preoccupanti in mancanza di un convincente e coinvolgente messaggio agli elettori. Il sistema dei partiti politici dell’Unione è oggi un raggruppamento informale mentre c’è necessità di una disciplinata struttura di collegamento.</p>
<p>Il primo passo è stato fatto con il riconoscimento dei partiti nel Trattato di Maastricht. Il secondo è stato il Regolamento concernente il finanziamento dei Partiti Politici Europei e delle loro Fondazioni. Una opportunità che non può essere perduta al fine di realizzare l’europeizzazione della sfera pubblica e del sistema dei partiti.</p>
<p>Alcuni euro-parlamentari liberali sostengono l’iniziativa di una lista trans-nazionale per il prossimo rinnovo del PE.</p>
<p>Il parlamentare europeo Andrew Duff, inglese e convinto europeista, ha presentato una proposta di riforma elettorale, di cui è relatore e della quale elenchiamo i punti principali:</p>
<p><span id="more-254"></span></p>
<p>· creare un’ampia circoscrizione UE da cui saranno eletti 25 deputati supplementari: ciascun elettore disporrà di due voti;</p>
<p>· istituire circoscrizioni regionali negli Stati più grandi dell’Unione europea;</p>
<p>· consentire agli elettori di votare per una lista di partito oppure per un singolo candidato di una lista (semiaperta);</p>
<p>· istituire un’autorità elettorale dell’UE che fissi le norme e controlli le elezioni;</p>
<p>· trovare una formula matematica per stabilire la ripartizione dei 751 seggi nazionali secondo un criterio di proporzionalità decrescente;</p>
<p>· limitare le giornate di votazione ai sabati e alle domeniche;</p>
<p>· anticipare le elezioni da giugno a maggio;</p>
<p>· raccomandare l’armonizzazione dell’età minima per il diritto di voto e l’eleggibilità;</p>
<p>· stabilire un regime sovranazionale per i privilegi e le immunità dei deputati;</p>
<p>· ampliare la partecipazione elettorale, specialmente per i cittadini dell’Unione europea che vivono in uno Stato diverso da quello di origine.</p>
<p>Il Parlamento europeo gode del diritto di iniziativa su tutto questo programma, del diritto di esigere una convenzione per preparare la Conferenza intergovernativa (CIG) che dovrà concordare le pertinenti modifiche dei trattati, nonché del diritto di approvare le decisioni in merito alla procedura elettorale e alla nuova composizione del Parlamento.</p>
<p>Il calendario previsto è il seguente:</p>
<p>· decisione del Parlamento europeo sulla relazione Duff, luglio-settembre 2010;</p>
<p>· decisione del Consiglio europeo di accettare le proposte del Parlamento come base negoziale, dicembre 2010;</p>
<p>· convenzione sulla riforma parlamentare che coinvolgerà il Consiglio europeo, la Commissione, il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali, primavera 2011;</p>
<p>· CIG, estate 2011;</p>
<p>· ratifica da parte dei parlamenti nazionali e approvazione del Parlamento europeo entro luglio 2012;</p>
<p>· attuazione della legislazione entro luglio 2013, in tempo utile per le elezioni del maggio 2014.</p>
<p>L’on. Duff invita tutte le parti interessate a presentare osservazioni in merito alle proposte e apprezzerebbe una più ampia diffusione del progetto di relazione. Altre versioni linguistiche saranno disponibili a tempo debito.</p>
<p>http://www.europarl.europa.eu/activities/committees/homeCom.do?language=EN&amp;body=AFCO</p>
<p>da: “Critica Liberale”, luglio 2010</p>
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		<title>L’inizio delle Fini…</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 14:06:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[(di Roberto Mastroianni) Lo rottura tra Fini e Berlusconi, ufficializzata dalla cacciata dei finiani dal PDL e dalla formazione dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, segna un punto di non ritorno per la politica italiana. Una fase politica si chiude e non si ha certezza di cosa venga dopo. La lunga transizione italiana tra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQZfRVhT5oZVRrrz4cKy1m7qC1S4-7yidwAYBKpfp5KXuhUsJc&amp;t=1&amp;usg=__VfA4PcLnRNIclQpKkGsE9fqAT3w=" alt="" width="271" height="186" /></p>
<p>(<a href="http://www.robertomastroianni.net/blog/">di Roberto Mastroiann</a>i)</p>
<p>Lo rottura tra Fini e Berlusconi, ufficializzata dalla cacciata dei finiani dal PDL e dalla formazione dei gruppi parlamentari di Futuro e Libertà, segna un punto di non ritorno per la politica italiana.</p>
<p>Una fase politica si chiude e non si ha certezza di cosa venga dopo.</p>
<p>La lunga transizione italiana tra Prima e Seconda Repubblica potrebbe vedere in questo evento l&#8217;inizio della fine. La nostra “povera patria” non ha ancora visto, infatti, una Seconda Repubblica, ma solo una non conclusa e devastante transizione tra la un prima ed un dopo.</p>
<p>La fase politica che inizia con tangentopoli e con la dichiarazione di voto di Berlusconi per Gianfranco Fini, allora candidato a Sindaco di Roma, sembra ormai andare verso la fine e ne è un segno evidente la nota di <a href="http://t0.gstatic.com/images?q=tbn:ANd9GcQZfRVhT5oZVRrrz4cKy1m7qC1S4-7yidwAYBKpfp5KXuhUsJc&amp;t=1&amp;usg=__VfA4PcLnRNIclQpKkGsE9fqAT3w=">Filippo Rossi pubblicata su “Fare Futuro” il 19 agosto 2010</a>.</p>
<p>Sarebbe facile deridere la scoperta dell&#8217;illiberalità di Berlusconi e del berlusconismo come “editti, ostracismo, dossieraggio e ricatti” e si potrebbe rimproverare a Fini ed ai Finiani di aver retto il gioco di Berlusconi per 15 anni: appoggiando governi illiberali e leggi ad personam, come la legge Gasparri sulle telecomunicazioni o la Cirielli, oppure proponendo leggi liberticide come la Bossi-Fini. Nello stesso tempo si dovrebbe ricordare la presenza di Gianfranco Fini, allora Vice Premier, al G8 di Genova nel 2001 nella camera di regia che coordinava le forze dell&#8217;ordine in una vasta repressione di manifestanti perlopiù pacifici fino ad arrivare a quella che è stata più volte definita la “macelleria messicana” della scuola Diaz.</p>
<p><img title="Continua..." src="http://www.robertomastroianni.net/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Nello stesso tempo, bisognerebbe però ricordare i passi accorti e misurati che hanno portato l&#8217;ex leader missino a fare i conti con il proprio passato (la questione ebraica e “il fascismo come male assoluto” in primis ) e che Fini non fu l&#8217;unico a pensare di poter utilizzare Berlusconi nella fase post-tangentopoli: basti pensare a tutti coloro che lo votarono per non votare Occhetto e il PDS o a Casini, che di Berlusconi fu fedele alleato coprendone tutti i conflitti di interessi, o al Centro- Sinistra che pensò di poter con Berlusconi fare le riforme costituzionali.</p>
<p>Non sapremo mai se Fini ha operato in questi anni vistosi cambiamenti e revisioni del proprio passato per opportunismo oppure per convinzione e forse saperlo è poco importante.</p>
<p>Bisognerebbe evitare di frugare nel cuore dei politici e invece valutarli dai loro gesti pubblici e dalle loro azioni politiche.</p>
<p>La rottura tra Berlusconi e Fini potrebbe segnare la nascita di una destra europea, democratica e conservatrice anche nel nostro paese e questo sarebbe un bene in un paese come il nostro in cui la sinistra non vince quasi mai. Questa rottura potrebbe infatti portare a due fini: la fine del Berlusconismo o la fine dell&#8217;assetto democratico e repubblicano come lo abbiamo conosciuto fino ad adesso.</p>
<p>Se Berlusconi venisse neutralizzato dalla perdita della maggioranza parlamentare, dal proliferare degli scandali e dal malgoverno e il nostro Paese aprisse una fase costituente (un governo tecnico come quello che fu di Ciampi all&#8217;inizio degli anni novanta del secolo scorso), attraverso la quale dotare il nostro paese di una nuova legge elettorale, di nuove riforme strutturali (in grado di armonizzare innovazione ed internazionalizzazione) e di un assetto federale non secessionista e populista come quello voluto dalla Lega; in questo caso il Paese potrebbe trovare una strada con la quale uscire dal cul de sac in cui si è infilato.</p>
<p>Nel caso ci fossero nuove elezioni, che vedrebbero sicuramente un aumento di consenso per la Lega e la fine di ogni forma di garanzia costituzionale, il nostro Paese imboccherebbe la strada della fine.</p>
<p>Berlusconi sta, infatti, lanciando la sua ultima sfida alle istituzioni, il suo attacco al “Colle più alto, chiede elezioni immediate, affermando che i “formalismi costituzionali” non lo fermeranno, che esiste una costituzione sostanziale che lui incarna e che Napolitano non deve fare altro che registrare i voleri di un Premier senza più freni.</p>
<p>Se ciò accadesse sarebbe la fine.</p>
<p>Si aprirebbe infatti una nuova stagione, in cui la forma delle nostre istituzioni, da cui dipende la certezza del diritto e e le garanzie democratiche, ne uscirebbe radicalmente stravolta.</p>
<p>Berlusconi non lo sa, o fa finta di non saperlo, la democrazia è forma e rispetto delle istituzioni che regolano la vita comune e la Carta Costituzionale, su cui lui ha giurato, è chiara nell&#8217;attribuzione di competenze e garanzie: il Presidente della Repubblica vigila sul rispetto della Costituzione, mentre il Presidente del Consiglio governa&#8230;.</p>
<p>In questo gioco, chesegna l&#8217;inizio di una doppia fine (quella di Berlusconi o dalla Repubblica che conosciamo) tutti sembrano essere fedeli al proprio ruolo (Napolitano fa il garante, Fini creale condizioni politiche della rottura&#8230;) solo il PD sembra non avere ancora scelto che ruolo giocare facendosi scavalcare a sinistra dall&#8217;ex-post-fascista Fini&#8230; e questo non è un bel segno.</p>
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		<title>La vicenda Fiat-Melfi</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 13:14:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Luciano Gallino (tratto da Repubblica del 22 agosto 2010). Luciano Gallino è uno dei più grandi sociologi europei ed insieme a Giorgio Ruffolo sembra l&#8217;unico socialista rimasto in Italia. Postiamo questo articolo sulle vicende Fiat- Melfi e dintorni sperando che possa essere buon materiale di riflessione e discussione. DINANZI al peggioramento generale delle condizioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/08/22/lotta-di-classe.html">Luciano Gallino (tratto da Repubblica del 22 agosto 2010)</a>.</p>
<p><em>Luciano Gallino è uno dei più grandi sociologi europei ed insieme a Giorgio Ruffolo sembra l&#8217;unico socialista rimasto in Italia. Postiamo questo articolo sulle vicende Fiat- Melfi e dintorni sperando che possa essere buon materiale di riflessione e discussione.</em></p>
<p><img class="alignleft" src="http://areadincontro.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/54331/altan1_2.gif" alt="" width="200" height="211" /></p>
<p>DINANZI al peggioramento generale delle condizioni di lavoro provocato dalla crisi, veniva da chiedersi come mai il conflitto di classe non mostrasse segni di ripresa. LA SPIEGAZIONE che si soleva dare era che mancava un soggetto capace di trasformare il malcontento dei lavoratori in appropriate iniziative, diffuse e unitarie, sul fronte politico e sindacale. Da ieri sappiamo che quel soggetto esiste e si dà da fare. Non è una nuova formazione politica: è la Fiat. L&#8217; invito a starsene a casa, seppur pagati, trasmesso ai tre lavoratori di Melfi nonostante un giudice ne abbia ordinato il reintegro dopo il licenziamento in tronco con l&#8217; accusa di sabotare la produzione, nelle intenzioni dell&#8217; azienda voleva essere evidentemente una prova di forza. In gioco ci sono i futuri sviluppi del piano &#8220;fabbrica Italia&#8221; a Pomigliano e a Mirafiori, non meno che a Melfi. Si tratta invece di una prova di debolezza e di un grave errore. E&#8217; una prova di debolezza perché una volta presentato il ricorso contro l&#8217; ordinanza del giudice, sorretto da una poderosa documentazione, un&#8217; azienda che si sentisse forte delle proprie ragioni avrebbe potuto aspettare tranquillamente l&#8217; esame in tribunale, invece di accanirsi ancora sugli interessati. Il bisogno di dare subito un&#8217; altra lezione all&#8217; insieme dei dipendenti, tradisce una disposizione a prendere decisioni precipitose che fa pensare ad un&#8217; azienda che non si sta affatto muovendo su un terreno solido. Da parte dell&#8217;azienda è anche un errore destinato a diffondere a macchia d&#8217; olio le preoccupazioni per il futuro che il piano Fiat pare chiaramente anticipare. Abbandono del contratto nazionale, intensificazione massima delle prestazioni, sindacati nell&#8217;angolo, e fuori dalla fabbrica il primo che apre bocca  o muove un dito. Piaccia o non piaccia ai giudici del lavoro. Finora i lavoratori hanno sopportato. Senza l&#8217; aiuto dei sindacati, bisogna dire, tranne la Fiom. Quando hanno potuto esprimersi liberamente, come nel referendum di Pomigliano, un terzo di loro ha fatto sapere che quel futuro non è accettabile. Grazie ad iniziative tipo lo schiaffo ai reintegrati, quel terzo di dissidenti potrebbe anche diventare la metà o magari i tre quarti. E ovviamente non soltanto negli stabilimenti Fiat. Il ritorno ad un conflitto di classe che si esprima con gli strumenti della democrazia e però mandi in soffitta l&#8217; idea reazionaria che per avere e mantenere un lavoro bisogna sottostare a qualsiasi condizione un&#8217; azienda si sogna di imporre perché il mondo è cambiato, la globalizzazione lo esige, la competitività ce lo impone ecc., tutto sommato sarebbe una novità interessante nel deserto della politica italiana. Sarebbe paradossale se un efficace contributo al suo ritorno venisse proprio dall&#8217;azienda, la Fiat, che negli ultimi mesi ha fatto di tutto per presentarlo come un residuo arcaico della rivoluzione industriale.</p>
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		<title>Benvenuti in Italia (Pianeta Terra)&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 12:32:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[(di Roberto Mastroianni) Benvenuti in Italia, Pianeta Terra, cari amici futuristi o futuribili. Sarebbe troppo facile deridere il risveglio dei finiani, deridere le motivazioni con cui “Fare Futuro” individua in Berlusconi il nemico della libertà e della democrazia, dopo che per un quindicennio gli ex e post fascisti guidati da Fini hanno avvallato tutte le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>(di Roberto Mastroianni) Benvenuti in Italia, Pianeta Terra, cari amici futuristi o futuribili.</em></p>
<p><em><img class="alignleft" src="http://1.bp.blogspot.com/_JFGvQClmC8s/Ry4U0_OxlBI/AAAAAAAAAIw/nuLIw6foRa8/s320/Marziani.jpg" alt="" width="300" height="300" /><br />
</em></p>
<p><em>Sarebbe troppo facile deridere il risveglio dei finiani, deridere le motivazioni con cui “Fare Futuro” individua in Berlusconi il nemico della libertà e della democrazia, dopo che per un quindicennio gli ex e post fascisti guidati da Fini hanno avvallato tutte le misure liberticide di queste destra populista, xenofoba ed autoritaria.</em></p>
<p><em>Potremmo ricordare la presenza di Fini nella camera di regia del G8 di Genova, la repressione avvallata e legittimata dalla presenza dell&#8217;ex Vice Premier Gianfranco Fini nella camera di regia che guidava le forze dell&#8217;ordine nella repressione di pacifici manifestanti portando a quella che è stata definita la “macelleria messicana della scuola Diaz”; potremmo ricordare la legge Bossi-Fini o la legge Gasparri, che ha concesso il monopolio televisivo ed informativo a Silvio B., e molte altre cose se non bastasse ricordare il passato missino e fascista di molti finiani.</em></p>
<p><em>Ma sarebbe troppo facile, crediamo invece che i colpi inferti in questi mesi ad un Fini, che da molti anni  sembra aver scoperto la democrazia (“il fascismo male assoluto” e la questione ebraica ne sono un esempio) abbiano finalmente svelato, anche a chi opportunisticamente credeva di poter usare Berlusconi ed il berlusconismo, la natura ademocratica del regime.</em></p>
<p><em>Crediamo che si abbia il diritto di cambiare idea e operare scelte politiche conseguenti e crediamo il momento sia tale da trovare in ogni alleato un buon alleato in difesa della nostra &#8220;povera patria&#8221;.</em></p>
<p><em>Detto questo, benvenuti anche voi e bene arruolati nel tentativo di salvare un paese sempre più degradato.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Pubblichiamo di seguito la</em><a href="http://www.ffwebmagazine.it/ffw/page.asp?VisImg=S&amp;Art=7662&amp;Cat=1&amp;I=immagini/Foto%20L-N/freedom_flower_int.jpg&amp;IdTipo=0&amp;TitoloBlocco=NEWS%20FfMagazine&amp;Codi_Cate_Arti=7"><em> nota di Filippo Rossi</em></a><em> (del 19 agosto 2010), direttore di Fare Futuro, sul Berlusconi degli editti e del liberticidio</em>.</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</p>
<p>Speravamo che il berlusconismo non fosse come lo dipingevano i nemici, ma&#8230;</p>
<h3>Non è una questione politica: adesso, è una scelta di libertà</h3>
<p>di Filippo Rossi</p>
<p>Eravamo convinti che fosse un semplice dibattito politico, il confronto tra due idee di centrodestra. Eravamo convinti che si trattasse di un normale dialogo tra idee diverse, opzioni diverse, leadership complementari.</p>
<p>Eravamo sinceramente convinti che tutto potesse scorrere tranquillamente nei canali della democrazia interna a un partito.  Era una sicurezza che derivava da una certezza cresciuta negli anni: Berlusconi non era il Caimano descritto dagli antiberlusconiani di professione; Berlusconi era un leader atipico ma liberale; Berlusconi non era uno da &#8220;editti bulgari&#8221;; certo, Berlusconi aveva tante questioni personali e aziendali (quante se ne potrebbero elencare) ma era comunque un leader con una sogno, una lucida follia; Berlusconi, insomma, non era come lo descrivevano i suoi nemici. Ed é in base a queste certezze che lo abbiamo difeso per anni, sperando nella sua capacità di spiccare il volo e diventare un grande politico, uno statista.</p>
<p>Adesso è cambiato tutto e niente sarà più come prima.</p>
<p><img title="Continua..." src="http://www.robertomastroianni.net/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Perché nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida integralmente con le sue espressioni più appariscenti e drammaticamente caricaturali. Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non coincida con il dossieraggio e con i ricatti, con la menzogna che diventa strumento per attaccare scientificamente l’avversario e magari distruggerlo. Nessuno ci potrà più convincere che il berlusconismo non si nutra di propaganda stupida e intontita, di slogan, di signorsì e di canzoncine ebeti da spot pubblicitario. Ma tanto non ci proveranno nemmeno, a convincerci.</p>
<p>E, purtroppo, il pensiero corre agli eventi passati, all&#8217;editto contro Enzo Biagi, contro Daniele Luttazzi, contro Michele Santoro. Il pensiero corre ai sensi di colpa per non aver capito prima, per non aver saputo e voluto alzare la testa. E oggi che gli editti toccano da vicino, è fin troppo facile cambiare idea. Oggi ha ragione chi dice: perché non ci avete pensato prima? Non c&#8217;è una risposta che non contempli un pizzico di vergogna. Un vergogna che, però, non prevede ora il silenzio, il ripetersi di un errore.</p>
<p>Eravamo convinti che tutto fosse un semplice dibattito politico. Sbagliavamo. È molto, molto di più. È una questione di civiltà. Di democrazia. E di libertà. Questioni forse più grandi di noi, che impongono una scelta difficile. Intendiamoci, tutto questo poi non impedisce la “politica”, non impedisce di assumersi la responsabilità di trovare accordi per governare il paese. Si parla d’altro. Si parla di qualcosa di più. Perché quello che abbiamo visto in questi ultimi tempi, tra documenti di espulsione e attacchi sguaiati alle istituzioni che sembrano concepite come proprietà privata e non come bene pubblico, relazioni internazionali di dubbio gusto e killeraggi mediatici, per non parlare delle questioni etiche trasformate in propaganda di partito, ecco, tutto questo dimostra che c’è una distanza culturale prima di tutto. E che la scelta, a questo punto, è se stare o meno dalla parte di una politica che si possa dire davvero laica e liberale.</p>
<p>19 agosto 2010</p>
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		<title>Voglio ricordare la dignità di mio padre operaio</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Aug 2010 22:53:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Postiamo questa bella nota di Luca Mazzuzzo perché crediamo sia importante, in questo periodo in cui molti fanno a gara per denigrare il lavoro e la sua dignità, ricordare che non vi è sinistra senza le ragioni del lavoro e dei lavoratori. Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Postiamo questa bella nota di </em><a href="http://domani.arcoiris.tv/voglio-ricordare-la-dignita-di-mio-padre-operaio"><em>Luca Mazzuzzo</em></a><em> perché crediamo sia importante, in questo periodo in cui molti fanno a gara per denigrare il lavoro e la sua dignità, ricordare che non vi è sinistra senza le ragioni del lavoro e dei lavoratori</em>.</p>
<p><a href="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/cipputi.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-218" title="cipputi" src="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/cipputi.gif" alt="" width="216" height="200" /></a></p>
<p>Ero tornato da poche ore, l’ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l’ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica.</p>
<p>L’ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L’ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L’ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l’università. L’ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L’ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.</p>
<p>Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l’età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare la globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro.</p>
<p>Ma mi è mancata l’aria, quando lunedì 26 luglio 2010,  su La Stampa di Torino, ho letto l’editoriale del Professor. Mario Deaglio. Nell’esposizione del professore, i “diritti dei lavoratori” diventano “componenti non monetarie della retribuzione”, la “difesa del posto di lavoro” doveva essere sostituita da una volatile “garanzia della continuità delle occasioni da lavoro”, ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del “tempo libero in cui spendere quei salari”, ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal professor Mario Deaglio a Radio 24 tra le 17,30  e la 18,00 di Martedì 27 luglio 2010).</p>
<p>Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l’aria. Sono salito sull’auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l’ho visto per l’ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia, era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis.</p>
<p>Odorava di dignità</p>
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		<title>Verdini e la P3?</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Aug 2010 21:44:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Claudio Bellavita. Certo, Verdini, a lasciarlo fare, aveva la potenzialità di un crac più grosso. Ma qui si tratta di una cassa rurale e artigiana che ha sognato di diventare una banca, ed era nelle mani sbagliate. Quelle di un commerciante di carni (attività spesso truffaldina, sempre bisognosa di credito) con interessi di impresario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3>di Claudio Bellavita.</h3>
<p><img class="alignleft" src="http://www.francescabardelli.it/images/Denis%20Verdini.JPG" alt="" width="272" height="482" /></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Certo, Verdini, a lasciarlo fare, aveva la potenzialità di un crac più grosso. Ma qui si tratta di una cassa rurale e artigiana che ha sognato di diventare una banca, ed era nelle mani sbagliate. Quelle di un commerciante di carni (attività spesso truffaldina, sempre bisognosa di credito) con interessi di impresario edile (idem) che ha fatto sognare ai suoi amici di trasformarli in banchieri e ora ha messo in un mare di guai quelli che sono amministratori e sindaci della banca, e che, avendo ricevuto direttamente dagli ispettori, in apposita seduta, copia del rapporto (è la prassi) ne han passato copia ai giornali. Stavolta la procura non c&#8217;entra. .<br />
Il ministro del tesoro  ha commissariato la banca, una misura estrema che da molti anni non veniva applicata in Italia, e i commissari nominati da Bankit come primo atto han mandato il rapporto alla procura, è un compito loro prescrittto dalla legge fallimentare. </span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Certo Verdini non poteva essere deputato e presidente di una banca, anche in bonis, ma non è la sola incompatibilità tollerata da questo parlamento di nominati.<br />
Certo il personaggio non è all&#8217;altezza di condividere un ruolo nazionale di partito con due ministri (di cui uno toscano): ma è affar loro sentirsi a disagio, non so, potrebbero chiedere di sostituirlo con Dell&#8217;Utri&#8230;</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;"><span id="more-207"></span><br />
</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Però io condivido il parere di Berlusconi, che di P2 se ne intende: questa non è la P3, ma una vicenda di sfigati di provincia.<br />
Se vogliamo invece occuparci di P3, forse sarebbe il caso di ripercorrere la carriera di Cesare Geronzi, incominciata a fianco di Fazio in un ufficio di Bankitalia, dove Fazio ha fatto la sua carriera che si è fermata davanti a una riedizione, in tono solo italiano, del Banco Ambrosiano. Geronzi invece nel 1980 passa a fare il vicedg CR Roma, una banca con qualche problemino ma con un solido patrimonio che le ha permesso di salvare il Banco di Roma, sull&#8217;orlo del fallimento (e poco ispezionato da Bankit), ma con in archivio tutti i segreti dei partiti della prima repubblica e del tentativo di far fallire Caltagirone. Insieme rileva il Banco di Santo Spirito, che ha in archivio le vicende delle tangenti IRI.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"><span style="font-family: 'Times New Roman', serif;"><span style="font-size: small;">Di lì è passato a Mediobanca, che ha in archivio i segreti delle grandi famiglie industriali del paese, e adesso, seduto su così tanti archivi, è arrivato sulla poltrona finanziaria più importante d&#8217;Italia, le Generali&#8230; Insomma , la P2 aveva cercato di penetrare il modo politico e finanziario dall&#8217;esterno. Berlusconi lo ha fatto entrandoci in prima persona, e Geronzi pure.<br />
Tra i due non solo non ci sono contrasti, ma Berlusconi fa quel che può per salvare Geronzi da una condanna per bancarotta, conseguente alla vicenda Parmalat e altre analoghe, che comporterebbero automaticamente l&#8217;esclusione ope legis da ogni consiglio d&#8217;amministrazione in Italia, per cui ogni tanto spuntano strane aggiunte a provvedimenti legislativi omnibus in corso di approvazione.</span></span></span></p>
<p><span style="color: #000000;"> </span></p>
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		<title>La resurrezione di Fidel  e le riforme di Raúl</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Aug 2010 10:30:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Aldo Garzia Il leader storico della rivoluzione cubana riappare in pubblico dopo una lunga malattia e annuncia: «Sono completamente ristabilito». Suo fratello, eletto presidente nel 2008, vara nel frattempo alcuni provvedimenti economici: «Non possiamo essere l’unico Paese del mondo in cui si può vivere senza lavorare». La scarcerazione di decine di detenuti riapre intanto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Aldo Garzia</p>
<p><a href="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/Fidel_Castro_wideweb__470x32302.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-198" title="Fidel_Castro_wideweb__470x323,0" src="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/Fidel_Castro_wideweb__470x32302-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" /></a></p>
<p><em>Il leader storico della rivoluzione cubana riappare in pubblico dopo una lunga malattia e annuncia: «Sono completamente ristabilito». Suo fratello, eletto presidente nel 2008, vara nel frattempo alcuni provvedimenti economici: «Non possiamo essere l’unico Paese del mondo in cui si può vivere senza lavorare». La scarcerazione di decine di detenuti riapre intanto il dialogo tra l’isola e la diplomazia internazionale</em></p>
<p style="text-align: left;">Con un colpo di scena degno di un film di Hitchcock, Fidel Castro è tornato a passeggiare nelle strade dell’Avana e a partecipare ad alcuni incontri pubblici. Prima una visita all’acquario della capitale, poi una riunione con i funzionari del Ministero degli Esteri, poi ancora una visita ai dirigenti della gioventù comunista e al mausoleo della cittadina di Artemisa per commemorare il 26 luglio 1953, data di inizio della rivoluzione cubana (unica apparizione con la camicia militare verde olivo). Infine, la presentazione del primo volume (900 pagine) che raccoglie le sue memorie, “La vittoria strategica”, accompagnata dalla dichiarazione che ha fatto il giro del mondo da parte del leader che il prossimo 13 agosto compie 84 anni: «Sono completamente ristabilito. Io, che ho lavorato per mesi alla stesura del volume dopo la mia grave malattia, sono pieno di energie per continuare a scrivere». Il 7 agosto ha addirittura partecipato a una seduta straordinaria del Parlamento cubano dedicata alla politica estera.</p>
<p style="text-align: left;">Il 31 luglio 2006, per la prima volta dal 1959, lo stato di salute aveva obbligato Castro a cedere le redini del comando alla vigilia di un intervento chirurgico. La notizia era data dallo stesso Castro in una nota che poi veniva letta in televisione. «L’operazione &#8211; scriveva Fidel &#8211; mi obbliga a restare varie settimane a riposo, lontano dalle mie responsabilità e dai miei incarichi». Le funzioni di capo di Stato passavano al fratello Raúl Castro, ministro delle Forze Armate, di cinque anni più giovane di Fidel.</p>
<p style="text-align: left;">Le condizioni di salute di Fidel sono considerate a Cuba “segreto di Stato” per non favorire le eventuali azioni destabilizzanti  degli Stati Uniti e degli anticastristi. Le voci sulla gravità della malattia di Fidel, che dopo l’operazione appariva qualche volta in tv e in alcune foto assai dimagrito e provato, si moltiplicavano: cancro? L’unico dato che appariva certo negli ultimi quattro anni era che Fidel non sarebbe tornato al timone dell’isola. La successione diventata perciò un problema non più rinviabile.</p>
<p style="text-align: left;"><span id="more-195"></span></p>
<p style="text-align: left;">A differenza di quanto avevano previsto i cubanologi che studiano ogni particolare della vita dell’isola, la transizione del dopo-Fidel si apriva con Fidel in vita. Il 24 febbraio 2008 Raúl Castro era eletto presidente della Repubblica di Cuba. A Fidel restava la carica di segretario generale del Partito comunista cubano (l’ultimo Congresso del partito risale al 1997).</p>
<p style="text-align: left;">Un difficile contesto</p>
<p style="text-align: left;">Raúl, nei suoi primi discorsi da leader, annunciava riforme &#8211; poi rinviate &#8211; per fronteggiare l’inefficienza economica che è da sempre il virus che la rivoluzione cubana non riesce a debellare. Fidel, nel frattempo, compariva periodicamente sul “Granma”, il quotidiano del Partito comunista, con le sue “riflessioni” che affrontavano soprattutto questioni di politica estera e di storia dell’America Latina. Si trattava di una presenza puntuale ma discreta, quasi mai indirizzata a intervenire sui problemi di stretta attualità riguardanti la politica interna di Cuba.</p>
<p style="text-align: left;">Lo scorso 8 luglio c’è stato un altro colpo di scena. Il “dissidente” Guillermo Farinas poneva fine allo sciopero della fame che durava da quattro mesi, dopo l’annuncio del rilascio di 52 prigionieri politici che erano in carcere dal 2003 (quell’anno ci fu una stretta repressiva con pochi precedenti) a seguito del dialogo intrapreso tra il cardinale Jaime Ortega e Raúl Castro. La notizia coincideva con l’arrivo a L’Avana di Miguel Angel Moratinos, ministro degli Esteri del governo di Madrid, che assicurava la positiva mediazione della Spagna nei confronti dell’Unione europea per far decadere le penalizzazioni economiche nei confronti dell’isola.</p>
<p style="text-align: left;">Al gesto di buona volontà del governo dell’Avana seguiva una dichiarazione di Hillary Clinton, segretario di Stato degli Stati Uniti: «Siamo incoraggiati da quello che sembra essere un accordo tra la Chiesa e le autorità cubane. Lo riteniamo un segnale positivo». Positiva anche la reazione di Bruxelles: «L’Unione europea ha seguito con grande interesse il dialogo tra la Chiesa e il governo cubano. Ci auguriamo che questo dialogo porterà al rilascio di tutti i prigionieri politici». Il 24 febbraio era morto in ospedale, dopo 85 giorni di sciopero della fame, Orlando Zapata, arrestato nel 2003 e condannato a 36 anni di carcere. L’episodio era un colpo molto duro inferto all’immagine politica di Cuba.<br />
L’esplosione del problema dei detenuti politici avveniva in un contesto assai difficile per Cuba. La crisi economica internazionale ha avuto effetti catastrofici pure sull’isola. Si sono ridotti nell’ultimo anno anche gli aiuti provenienti dal Venezuela del presidente Hugo Chávez. A conferma della scarsa liquidità delle casse dello Stato per far fronte alle importazioni, è arrivata anche la decisione di congelare i depositi in valuta delle imprese straniere che operano a Cuba (quei capitali possono essere usati solo nell’isola). Movimentare la situazione politica all’interno (l’accoglimento delle richieste del Vaticano sui detenuti politici) aiutava indubbiamente a superare l’isolamento economico.</p>
<p style="text-align: left;">Dopo l’azione diplomatica di Vaticano e Spagna, anche a Washington si torna a parlare di aperture verso Cuba. Al Congresso degli Stati Uniti si è discusso di recente dell’abolizione della legge che vieta ai cittadini americani di recarsi in viaggio a L’Avana. Questa posizione è sostenuta dalle lobby agricole, per le quali «l’embargo non solo è anacronistico ma soprattutto autolesionista perché chiude un potenziale mercato all’export statunitense». Anche il settore turistico, per il quale in un momento di crisi economica l’eventuale apertura verso Cuba rappresenterebbe una boccata di ossigeno data la vicinanza dell’isola agli Stati Uniti (4 ore di volo da New York, meno di un’ora da Miami), punta nella stessa direzione. L’abolizione del divieto di viaggiare a Cuba  è stato approvato in Commissione agricoltura con 25 voti favorevoli e 20 contrari. Ora passa al vaglio delle Commissioni finanze ed esteri prima che possa approdare in Aula per il voto finale.</p>
<p style="text-align: left;"><strong>Le inevitabili riforme</strong></p>
<p style="text-align: left;">Raúl Castro ha nel frattempo pronunciato un importante discorso lo scorso 1 agosto, nel corso di una sessione del Parlamento: più cubani d’ora in avanti potranno mettersi in proprio e assumere dipendenti grazie a un provvedimento del governo che vuole creare nuovi posti di lavoro (la prima normativa di legge a tale riguardo risale al 1993, il momento più buio della crisi economica seguita alla dissoluzione dell’Unione Sovietica che era il partner principale dell’isola insieme agli altri Paesi comunisti). La novità potrebbe rappresentare un cambiamento significativo per l’isola, dove lo Stato controlla il 90 per cento del mercato del lavoro.<br />
Castro ha precisato l’obiettivo del provvedimento: «Si tratta di adeguamenti del modello socialista e non di riforme favorevoli a una economia di mercato».</p>
<p style="text-align: left;">La norma si limita ad eliminare «alcuni divieti esistenti alla concessione di nuove licenze e alla commercializzazione di alcuni prodotti», ha spiegato il presidente cubano senza specificare se c’è un limite all’ottenimento delle licenze.</p>
<p style="text-align: left;">Attualmente i lavoratori “por cuenta propia” (non dipendenti dello Stato) sono 150mila (nel 1995 erano 210mila). Secondo i calcoli illustrati da Raúl, sono 1 milione e 300mila i posti di lavoro che andrebbero tagliati nel settore pubblico nei prossimi cinque anni. Il quotidiano spagnolo “El País” ha titolato significativamente la corrispondenza sul discorso di Raúl “Meno Stato e più lavoro”, prendendo come spunto le parole più significative del leader cubano in cui denunciava gli ampi margini di improduttività presentin ell’amministrazione statale: «Occorre ridurre gli organici in esubero nel settore pubblico, scartando l’approccio paternalistico che non incentiva la necessità di lavorare per vivere. Occorre cancellare per sempre la nozione che Cuba sia l’unico Paese del mondo in cui si può vivere senza lavorare».</p>
<p style="text-align: left;">Quanto ai problemi più politici, il presidente cubano ha spiegato la scarcerazione dei «controrivoluzionari» come «una dimostrazione di forza della rivoluzione che non va interpretata come una cambiale in bianco concessa all’opposizione perché non ci sarà impunità per i nemici della patria». Sui rapporti con Washington e il presidente Barack Obama, si è limitato a dire: «Nulla di concreto è cambiato, anche se si può parlare di maggiori contatti e di meno retorica». Sul tema del ritorno di Fidel, che alcuni analisti interpretano come foriero di un dualismo alla guida di Cuba (il più anziano dei Castro non è stato mai tenero di fronte alla prospettiva delle riforme economiche), Raúl ha fatto un riferimento indiretto: «Il gruppo dirigente della rivoluzione è più che mai unito. Anche quando ci sono differenze politiche, queste hanno lo stesso obiettivo: giustizia sociale e riaffermazione della sovranità nazionale».</p>
<p style="text-align: left;">Dietro le dichiarazioni ufficiali si cela una controversia tra “innovatori” guidati da Raúl e “conservatori” capeggiati da Fidel? E come interpretare il ritorno in pubblico di Fidel? A queste domande è impossibile  rispondere con certezza. Ogni volta che si sono fatte previsioni frettolose sul futuro di Cuba si è incorsi nell’errore (la maggior parte degli analisti aveva previsto l’eclissi della rivoluzione già nel 1989, all’indomani della caduta del muro di Berlino).</p>
<p style="text-align: left;">Quando si analizzano le vicende dell’isola, il metodo migliore resta attenersi ai fatti e collegarli tra loro tenendo conto della storia di Cuba</p>
<p style="text-align: left;">(dal quotidiano “Terra”, 8 agosto 2010)</p>
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		<title>Un decennio vissuto da leader e da premier</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 16:36:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un articolo dell&#8217;amico e compagno Aldo Garzia sul decennale di  Zapatero leader e capo ci governo. Zapatero, a sorpresa, è stato eletto segretario del Partito socialista spagnolo nel 2000. Poi ha vinto le elezioni politiche del 2004 e del 2008, rendendo più democratica e solidale la Spagna grazie alla messa in pratica dell’idea del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Pubblichiamo un articolo dell&#8217;amico e compagno Aldo Garzia sul decennale di  Zapatero leader</em><em> e capo ci governo.</em></h4>
<p><img class="alignleft" src="http://2.bp.blogspot.com/_wTkN0beLcZ4/SQWpZOd2PfI/AAAAAAAABzM/34zKPWZOLrA/s320/zapatero.l.jpg" alt="" width="250" height="238" /></p>
<p><em>Zapatero, a sorpresa, è stato eletto segretario del Partito socialista spagnolo nel 2000. Poi ha vinto le elezioni politiche del 2004 e del 2008, rendendo più democratica e solidale la Spagna grazie alla messa in pratica dell’idea del “socialismo dei cittadini”. Da due anni il premier di Madrid fa però a pugni con la crisi economica. Ma nella festa per il decennale da segretario ha avvertito amici e nemici: «Non mi arrendo, ho voglia di combattere». Di lui aveva detto D’Alema: «È un fenomeno effimero»</em></p>
<p>di Aldo Garzia</p>
<p>Lunedì scorso 26 luglio, nella storica sede del Partito socialista spagnolo (Psoe) in via Ferraz a Madrid, si sono svolti i festeggiamenti per celebrare i dieci anni trascorsi da quando José Luis Rodríguez Zapatero è stato eletto segretario. Cerimonia sobria, come è nello stile del leader socialista. Invitato tutto il gruppo dirigente del Psoe e del governo, poi un discorso di poco più di venti minuti in cui Zapatero è tornato a sfoderare la grinta e l’ottimismo che gli sono abituali per ribadire l’impegno a fronteggiare la crisi economica in cui si è impantanata la Spagna (il video dei festeggiamenti si trova su internet: <a href="http://psoe.es/zapatero10/" target="_blank">http://psoe.es/zapatero10/</a>). Gli occhi gli sono diventati lucidi nel rivedere le immagini del Congresso che lo elesse leader nel 2000 e poi quelle delle due consecutive vittorie elettorali nel 2004 e nel 2008. La prima conferenza stampa da premier la concluse con una frase che resta un impegno: «Le responsabilità politiche non mi cambieranno». E in questa piccola cerimonia le prime parole di ringraziamento le ha rivolte a José Bono, oggi presidente del Parlamento, che nel 2000 batté ai voti per diventare segretario del Psoe.</p>
<p><img title="Continua..." src="http://www.robertomastroianni.net/blog/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></p>
<p>Chi lo dà già sconfitto nelle elezioni del 2013, come indicano i sondaggi che danno favorito Mariano Rajoy, leader del Partito popolare (già battuto due volte), farebbe bene a sospendere il giudizio perché Zapatero, che compirà cinquant’anni il prossimo 4 agosto, non ha smesso di lottare come ha confermato nel breve discorso in via Ferraz di lunedì scorso: «Ho voglia di combattere. Farò tutto quello che serve alla Spagna per uscire dalla crisi».</p>
<p>Avendo davanti a sé ancora due anni della seconda legislatura in cui governa come premier, tutto può accadere. Zapatero non ci mette molto a fare l’autocritica: «Ho commesso l’errore, alle prime avvisaglie della crisi economica, di perdere troppo tempo nel dibattito che disquisiva se fossimo di fronte a una vera e propria crisi di un ciclo o a una decelerazione dello sviluppo economico spagnolo». Un errore compiuto nel luglio 2008, nel discorso conclusivo al Congresso del Psoe che lo confermava segretario, e che poi ha pagato caro: non c’è stato dibattito pubblico o televisivo in cui non gli sia stata rimproverata quella incertezza, anche perché poi la crisi ha travolto la Spagna con l’attuale cifra record di 4 milioni di disoccupati.</p>
<p>Altro che Bambi</p>
<p>Quando sul finire degli anni Novanta si è intuito che Zapatero poteva concorrere alla leadership del Psoe, all’interno del partito gli hanno affibbiato il nomignolo di «Bambi». Nessuno sa chi lo abbia fatto per primo. Si sospetta che sia stato Alfonso Guerra, ex numero due del Psoe fin dai primi anni della transizione democratica, amico di gioventù di Felipe González con cui il sodalizio si è rotto nel 1993, pure lui andaluso di Siviglia, con un passato amatoriale da attore e il gusto della battuta irriverente. Il nomignolo, in effetti, sembrava calzare a pennello a Zapatero. Come il capriolo dei racconti di Walt Disney, il premier spagnolo è alto e magro ma ha soprattutto lo sguardo ingenuo nel quale sono gli occhi chiari a movimentare le espressioni di gioia o disappunto. Chiunque sia stato l’autore di quel «Bambi», poi utilizzato dai media e dagli avversari di Zapatero, ha fatto un piacere al leader socialista. La sottolineatura di quello sguardo ha disorientato amici e nemici. Pochi sospettavano che l’apparente ingenuità del sorriso celasse passione e determinazione fuori dal comune, oltre che l’arguzia di un politico sperimentato.</p>
<p>Zapatero non è un leader carismatico tradizionale. Il lavoro di squadra e la persuasione sono le sue armi migliori. Eppure, chi lo conosce da vicino, ancora adesso che dopo aver scalato la piramide del Psoe governa la Spagna da sei anni, resta colpito da come il premier assume le decisioni. Alla vigilia di una scelta importante, le riunioni sono rapide. Al premier non piace perdere tempo. Preferisce lavorare molto al telefono: opinioni, notizie e dati vengono raccolti più così che intorno a un tavolo. Poi, quando ha maturato una decisione insieme alla sua équipe, la attua con sicurezza, oltre che con coerenza. Lo stesso metodo vale nel rapporto con gli avversari politici. Zapatero ha sempre un fare gentile, privo di accenti arroganti o presuntuosi, ascolta con ineffabile aplomb le critiche più feroci che gli vengono dagli esponenti del Partito popolare o da chi non condivide le scelte del governo. Poi, se è convinto delle sue posizioni, prosegue sul cammino intrapreso come chi è sereno e sicuro avendo come bussola idee e principi di cui è assolutamente persuaso.</p>
<p>Il rigore etico è il tratto più affascinante del personaggio, uscito confermato pure nel discorso di lunedì 26 luglio. Con Zapatero, ci si trova di fronte a un leader politico che fa ragionamenti innovativi con tono pacato e al tempo stesso con piglio, sottolineando più volte che la sinistra, pur bisognosa di grande rinnovamento, non può assomigliare in nulla alla destra. E alla domanda un po’ impertinente su come si convive con l’immagine del premier europeo più attaccato dagli Stati Uniti all’epoca di Bush e dal Vaticano, lui ha sempre risposto con semplicità: «Se si è convinti delle proprie idee, quelle ostilità non hanno grande importanza. Il problema, semmai, è il rapporto con i propri elettori e con l’opinione pubblica che si rappresenta».</p>
<p>La scelta politica giovanile del premier di Madrid è stata profondamente segnata dalla figura esemplare del nonno paterno: il capitano Juan Rodríguez Lozano, fucilato appena quarantaduenne da un plotone di esecuzione franchista il 18 agosto 1936 e il cui testamento (un perdono agli esecutori e una dichiarazione di fiducia sul ruolo delle future generazioni spagnole) ora Zapatero conserva in fotocopia, come una sorta di decalogo a cui ispirarsi, sotto il vetro della scrivania presidenziale nel suo ufficio alla Moncloa.</p>
<p>Un lungo apprendistato</p>
<p>Prima della sua elezione a segretario del Psoe nel luglio del 2000, pochi dentro e fuori del suo partito pensavano che dietro gli sguardi da Bambi si nascondessero la tenacia e la scorza dura di un dirigente che si era fatto le ossa nella Federazione socialista della cittadina di León, dove da studente e poi da professore universitario di Diritto costituzionale aveva duellato con più esperti e navigati personaggi politici. Fino al 2000 era stato considerato solo un ottimo dirigente di periferia e un deputato fedele alle direttive di Felipe González.</p>
<p>Nella biografia politica del premier spagnolo ci sono però alcune date che bisogna tenere a mente: nel 1982 è eletto segretario socialista della sua città, León; nel 1986, a venticinque anni, viene eletto per la prima volta alle Cortes (il Parlamento spagnolo); nel 1988 è nominato segretario provinciale del Psoe, sempre a León; nel 1997 &#8211; nel corso del Congresso in cui González si dimette da segretario &#8211; entra a far parte dell’Esecutivo federale del partito. Racconta chi ha seguito da vicino la sua scalata ai vertici del Psoe che ogni volta, alla fine, i voti cadevano sempre su di lui. Era considerato l’outsider che in pole position non fa danni e serve a bruciare altre candidature. Come scrive Óscar Campillo, autore della prima biografia di Zapatero, il futuro premier della Spagna si imponeva sempre “a sorpresa, ma mai per caso”, dal momento che possedeva cultura, autodisciplina, abilità politica ed era rispettato dai suoi interlocutori (Zapatero, presidente a la primera, La Esfera de los Libros, 2004). E a infondergli serenità ci ha sempre pensato Sonsoles Espinosa, la moglie conosciuta sui banchi dell’università e sposata nel 1990, dopo otto anni di fidanzamento, diplomata al Conservatorio, insegnante di musica, soprano nel Coro universitario di León, che ha raggiunto il marito a Madrid solo quando è stato eletto segretario del Psoe, vincendo poi il concorso di ammissione al Coro del Teatro Reale della capitale.</p>
<p>Quando Zapatero ha deciso di puntare alla segreteria del Psoe e poi si è trovato a governare la Spagna dopo due legislature in cui aveva regnato la destra, ha tirato fuori un’altra dote naturale: la grinta. La risposta del governo Aznar agli attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid è stato l’errore che ha fatto oscillare ulteriormente il pendolo dei consensi verso Zapatero (il negare la matrice di Al Qaeda per addossare la responsabilità delle bombe all’Eta), ma i sondaggi della vigilia già davano molto incerto l’esito delle elezioni grazie al forte recupero di consensi da parte del Psoe. Zapatero, raccontano i suoi amici, era sicuro di vincere prima del drammatico 11 marzo.</p>
<p>Al di là dei tratti biografici della personalità di Zp, che pure sono importanti per capirne la psicologia, bisogna continuamente fare attenzione alla sua cultura politica. L’annotazione preliminare di cui tenere conto è che l’elezione a segretario del Psoe è avvenuta nel momento di maggiore crisi del partito che con la leadership di González aveva governato ininterrottamente il paese per quattro legislature. Nel 2000 il Partito popolare guidato da José Maria Aznar aveva ottenuto addirittura la maggioranza assoluta dei voti, mentre il Psoe era dilaniato dal dibattito interno e dalla polemica sui casi di corruzione che avevano avuto un peso forse decisivo nella sconfitta del 1996. Il principale obiettivo della leadership di Zp è stato quello di ridare dignità alla politica. Altolà alla corruzione, coerenza tra impegni programmatici e loro attuazione, forte rinnovamento generazionale al centro e alla periferia con la promozione di trentenni e quarantenni nei posti di comando così come di donne a tutti i livelli, sono state le mosse vincenti assieme alla ripresa di una riflessione teorica sulla crisi del socialismo europeo e sui problemi della Spagna contemporanea. C’è una frase che ama ripetere il leader socialista: «Non sono in alcun modo un radicale, salvo quando si tratta di rispettare i miei principi e di mantenere la parola data. Il problema è che il contratto di fiducia sul quale si basa la democrazia consiste esattamente in questo punto: non tradire la parola data».</p>
<p>La politica della nuova leadership socialista è stata possibile tracciando una linea di continuità e discontinuità con González, senza abiure ma anche senza sudditanze: riconoscendo alla prima generazione dei socialisti spagnoli tornati alla democrazia il meritevole lavoro svolto per la modernizzazione della Spagna, ma emancipandosi dalla tutela politica di quella stessa generazione per scommettere sulla sfida del rinnovamento della comune tradizione. Zapatero non ha perciò fatto strappi o fughe in avanti. Ha cercato piuttosto di rivitalizzare il capitale politico rappresentato dal Psoe e dai governi presieduti da González.</p>
<p>La scommessa sul futuro</p>
<p>Alla vigilia delle elezioni politiche del marzo 2004, gran parte dell’itinerario di rinnovamento del Psoe era stato compiuto in meno di quattro anni. L’annuncio del ritiro delle truppe spagnole dall’Iraq in caso di vittoria elettorale e l’impegno mantenuto come primo atto del nuovo governo hanno iniziato a fare il resto. Si è subito compreso che Zapatero aveva la stoffa del premier. Nella coerenza tra il dire e il fare, che finisce per spogliare l’attività di partito o di governo da ogni tatticismo senza respiro, c’è una prima indicazione valida ben oltre i confini della Spagna.</p>
<p>La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica è cruciale nell’idea di socialismo di Zapatero. Socialismo mai inteso come un modello rigido e dogmatico, ma al contrario come un processo in continuo sviluppo e quindi pragmatico. Dice a questo proposito il segretario del Psoe: «Il socialismo dei cittadini che perseguo si preoccupa intensamente di cercare nuove vie di dialogo con la società e di aprire gli orizzonti della partecipazione politica. Il nuovo socialismo non teme la voce dei cittadini, teme la voce della tribù o la voce della razza».</p>
<p>Dialogo, centralità dei cittadini nella vita democratica, rifiuto di ogni fondamentalismo, laicità, sono termini ricorrenti nei discorsi del leader del Psoe. In realtà, c’è di più, molto di più, nel suo orizzonte politico e ideale. Per lui, infatti, l’obiettivo ultimo e fondamentale del socialismo è il superamento di ogni forma di dominio. Qui il premier spagnolo, attento al dibattito politico contemporaneo, si richiama alla concezione teorica del “repubblicanesimo” ripresa e rilanciata da Philip Pettit, docente presso la statunitense Princeton University, dopo aver insegnato alla Australian National University di Canberra e alla Columbia University di New York.</p>
<p>L’orizzonte strategico in cui si muovono i socialisti spagnoli è quello di uno sforzo consapevole e deciso di definire da sinistra una risposta alla globalizzazione. Nel tempo dell’unificazione dei mercati, dell’euro come moneta comune e della Banca europea come centro delle decisioni, i margini di autonomia nazionale nelle politiche economiche, in particolare nei paesi dell&#8217;Unione europea, sono ristretti mentre permangono ampi quelli che riguardano i diritti e le libertà. Il governo Zapatero ha dimostrato che si può agire con efficacia in questo secondo campo con riforme importanti e a costo zero, a iniziare dalla pratica dell’eguaglianza tra uomini e donne (metà del suo governo è dal 2004 composto da donne), o tra soggetti dello stesso sesso (i matrimoni omosessuali). Ma la crisi economica arrivata nel 2008 ha fatto fare un bagno di realtà pure a Zapatero e al Psoe: una politica socialista deve saper dire la sua anche su precariato, mercato del lavoro, sistema finanziario, modello di sviluppo. Se nella prima legislatura da lui guidata il premier poteva occuparsi di altro grazie al trend positivo dell’economia spagnola, ora deve recuperare il tempo perduto. E il prossimo 29 settembre i sindacati sciopereranno per la prima volta contro il governo Zapatero e le sue riforme (mercato del lavoro, innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni, taglio del 5 per cento dei salari dei dipendenti pubblici). È sulla politica economica che la Spagna attende le correzioni del suo premier.</p>
<p>L’ulteriore merito del leader socialista è di aver inserito la tematica dei diritti di cittadinanza e della libertà in una riflessione più ampia sulla democrazia politica. Qui, più che di innovazione, si può semmai parlare del recupero di una tradizione che appariva in via di estinzione. Non capita quasi mai, infatti, che un premier contemporaneo avverta la necessità di accompagnare la sua pratica di governo con costanti riferimenti alla teoria politica. Il feeling con le idee di Pettit, ovvero il filone teorico del repubblicanesimo civico, è la dimostrazione più eloquente di questa attenzione.</p>
<p>La strategia di Zapatero, può piacere o non piacere, non ha nulla di old style. Il governo socialista di Madrid porta avanti un progetto di democratizzazione della società spagnola che si propone di renderla ancora più moderna nell’economia e negli stili di vita, in modo che la Spagna possa occupare un ruolo d’avanguardia in Europa (di buon auspicio sono le ripetute vittorie nello sport, a iniziare dai recenti mondiali di calcio). Ne è testimonianza anche il piano di investimenti nel settore delle infrastrutture e delle opere pubbliche. Nell’arco dei prossimi cinque anni, passata la crisi, proprio la Spagna potrebbe essere il Paese europeo più moderno in quanto a ferrovie, autostrade, metropolitane, aeroporti e collegamenti tra le singole città e il sistema dei trasporti internazionale.</p>
<p>Sarà ancora Zapatero a presentarsi come candidato premier nelle elezioni del 2012? Chissà. Non è escluso che lasci il passo ad altri, dimostrando che un vero leader sa pure quando deve mettersi da parte. E pensare che qualche anno fa, parlando di Zapatero, a Massimo D’Alema scappò una frase infelice: «È un fenomeno effimero». Dieci da segretario e otto (per ora) al governo non sono un tempo breve.</p>
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		<title>Cavour. Una vita diversa dal solito di Claudio Bellavita</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Aug 2010 16:21:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pubblichiamo un piccolo saggio di Claudio Bellavita (socio di Altera)  sulla figura di Camillo Benso Conte di Cavour; ci sembra doveroso ora che inizia il turbinio di sciocchezze (come quelle di Bossi per intenderci) in vista dei festeggiamenti del 150nario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia. Cominciamo dall&#8217;anagrafe: quello che tutti chiamano Camillo di Cavour, e che così si firmava, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo un piccolo saggio di <a href="http://www.robertomastroianni.net/blog/lo-statuto-del-pdl-gramizia-n-3.html">Claudio Bellavita</a></em><em> (socio di Altera)  sulla figura di Camillo Benso Conte di Cavour; ci sembra doveroso ora che inizia il turbinio di sciocchezze (come quelle di Bossi per intenderci) in vista dei festeggiamenti del 150nario dell&#8217;Unità d&#8217;Italia.</em></p>
<p><a href="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/cavour_1-1.gif"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-178" title="cavour_1 (1)" src="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/08/cavour_1-1-150x150.gif" alt="" width="150" height="150" /></a></p>
<p>Cominciamo dall&#8217;anagrafe: quello che tutti chiamano Camillo di Cavour, e che così si firmava, tecnicamente era Camillo Benso dei marchesi di Cavour, conte di Isolabella.</p>
<p>I Benso erano una antica famiglia di banchieri di Chieri, che già alla fine del 1200 si nobilitarono acquistando con altre 4 famiglie dal vescovo di Torino la signoria di Santena (che era un acquitrino). ne nacque un ramo cadetto, i Benso di Ponticelli (un pezzetto di Santena), che ebbero maggior fortuna e si comprarono prima la contea di Isolabella poi il marchesato di Cavour . Si dice che il secondo marchese abbia reso un importante servizio al Duca Carlo Emanuele II, sposando una sua amante francese, la Trecesson, che metteva le corna al ducale amante con il suo comandante delle guardie, che aveva il palazzo contiguo al suo, passando attraverso un armadio forato. Il tutto avveniva dove c&#8217;è adesso il San Paolo, dove di armadi forati non dovrebbero più essercene..</p>
<p><span id="more-177"></span></p>
<p>Il ramo principale, che solo nel 700 acquistò il titolo di conti di Santena, si estinse poco dopo, e iCavour acquistarono i loro diritti.</p>
<p>Infine, se Camillo avesse messo su famiglia, avrebbe potuto provvedere anche a suoi eventuali rami cadetti rivendicando  il titolo di conte connesso alla tenuta di Leri, che di fatto gli spettava. Ma, restato scapolo, non si venne mai a una divisione dei beni con il fratello Gustavo.</p>
<p>La famiglia, che si era piuttosto mal ridotta ai tempi del bisnonno Michele che mise al mondo ben 16 figli, di cui 8 figlie, tutte da dotare, si tirò su grazie al matrimonio del primogenito Filippo con Filippina di Sales, ricca ma soprattutto intelligente amministratrice, oltre che di idee molto avanzate per l&#8217;epoca, nonostante la parentela  con San Francesco di Sales. Fu la cosa migliore che fece il nonno di Cavour, che non doveva essere un&#8217;aquila visto che nell&#8217;esercito non andò mai oltre il grado di capitano mentre un suo fratello cadetto divenne generale.</p>
<p>Ma certo fu anche di aiuto alle fortune della famiglia avere un solo figlio, Michele, sposato con  Adele della ricca famiglia ginevrina dei conti di Sellon. Le sue sorelle si sposarono con francesi di antica nobiltà, che diedero il nome ai suoi figli, Augusto e Ainardo.</p>
<p>Michele, il padre di Camillo fu certamente iniziato alla massoneria, non si sa se ancora nell&#8217;ancien regime, quando era una faccenda pericolosa, ma comunque a Torino ne facevano parte oltre agli scienziati, i Valperga, gli Alfieri e un ramo dei Saluzzo, oppure ai tempi di Napoleone quando, di fatto divenne un organo dello stato e dell&#8217;esercito. Come , poi , sotto il regno dei Savoia Carignano: ed è certo quella l&#8217;origine degli otttimi rapporti del marchese Michele con Carlo Alberto. Il quale marchese entrò nelle grazie del principe Borghese e soprattutto di Paolina Bonaparte, di cui sua madre Filippina fu la prima dama d&#8217;onore, col compito, affidatole direttamente da Napoleone, di vigilare sugli eccessi amorosi. Anche Michele e i suoi zii ebbero cariche a corte, e questo consentì di essere i primi a ottenere la restituzione dei beni confiscati e, per quelli dei Sales, un congruo indennizzo da usare per l&#8217;acquisto di beni ecclesiastici: tra cui Leri, che era della principesca abbazia di Lucedio.</p>
<p>A proposito di ranghi nobiliari, in Piemonte si poteva essre al massimo solo Marchesi, dato che la casa reale era stata per tanto tempo solo ducale. I principi erano 2 laici, con feudo pontificio: i Masserano e i Cisterna. E due ecclesiastici, il vescovo di Novara (principe di San Giulio) e l&#8217;abate di Lucedio.</p>
<p>Una grandiosa infornata di marchesi ci fu con l&#8217;annessione della Liguria, a cui patrizi fu concesso quel titolo. Quelli di Venezia, 50 anni dopo, lo rifiutarono, sostenendo che era molto più importante essere patrizi veneti, alla pari con i Savoia, che furono ammessi nel libro d&#8217;oro con Emanuele Filiberto. Tutto questo per dire che era un grande onore per i Cavour, in Piemonte e in Francia, avere uno zio duca di Clermont Tonnerre, che visse a casa loro per tutto il periodo napoleonico.</p>
<p>Fin da piccolo, Camillo dimostrava di essere molto più sveglio del fratello, intelligente, per niente timido, pronto ad andare a fondo di tutto quello che gli interessava. Fu messo a 10 anni all&#8217;accademia militare, dove i rampolli più nobili facevano anche il servizio di paggi.  Camillo dopo poco disse che preferiva studiare che vestirsi come un gambero, e la cosa fece il giro della corte.</p>
<p>A quindici anni era sottotenente del genio, arma dotta, e cominciò a frequentare Torino. Grazie ai suoi zii, sapeva cosa succedeva in Francia, Inghilterra e Svizzera e frequentava le ambasciate; il suo migliore amico era un Santarosa, fratello del protagonista della rivolta militare del 1821. Insomma, il padre che era vicario di Polizia di Torino, lo fece trasferire a Genova, dove il tenentino si dedicò alle marchesine, dopo qualche veloce contatto con i mazziniani, che ritenne allora e per sempre, dei fessi solenni.</p>
<p>Rientrato a Torino, mostrò troppo entusiasmo per il cambio di monarchia in Francia, per cui lo mandarono in fortezza a Bard. Ma il padre gli ottenne di potersi dimettere dall&#8217;esercito per &#8220;ragioni di salute&#8221;, e lo fece viaggiare per l&#8217;Europa, impegnandolo poi anche nella direzione delle tenute agricole di Leri e di Grinzane, dove fu sindaco per 16 anni. Il territorio di Grinzane apparteneva per il 60% agli zii Clermont Tonnerre e per il 10 ai Cavour, il quale fece venire dalla Francia un famoso enologo, che reinventò il Barolo e fondò l&#8217;istituto agrario di Alba.In quel periodo muoiono la madre e la cognata: il fratello, aveva sposarto l&#8217;erede dei Lascaris di Ventimglia, che lasciò una grossa fortuna.</p>
<p>Camillo aveva il vizio del gioco e a Parigi si mise anche a giocare in borsa, , dove ebbe nel 1840 una perdita disastrosa, coperta dal padre.</p>
<p>Però era un fantastico amministratore dei beni di casa, ed era innamorato di Leri, dove peraltro si prese la malaria, inguaribile per lui che era allergico al chinino. In Piemonte si dedicò all&#8217;accademia agraria e , quando fu possibile, aiutò a fondare un giornale, il Risorgimento, dove scriveva molto. e che fu la base di partenza per la sua elezione nel primo parlamento subalpino.</p>
<p>Durante la prima guerra di indipendenza, a Goito, moriva a 19 anni il suo nipote preferito, il primogenito Augusto.  Cavour non fu rieletto nella seconda legislatura, e quindi non espresse il suo dissenso dall&#8217;avventura di Novara, che oggi definiremmo rifondarola. Fu rieletto dalla terza in poi, e entrò nel secondo ministero D&#8217;Azeglio. Quello che decise l&#8217;arresto e poi l&#8217;esilio dell&#8217;arcivescovo di Torino, per ragioni di ordine pubblico.</p>
<p>Il fratello Gustavo era invece un clericale ma liberale, e quindi un isolato, ma fu deputato per la destra, votandogli spesso contro. Soprattutto, Gustavo era un nevrotico, con la fissazione che Camillo mandasse in rovina la famiglia con le sue spese, mentre invece i Cavour erano sempre più ricchi e  senza debiti.</p>
<p>Non sto a ripercorrere la storia ufficiale, ma vorrei toccare 3 punti: la politica econiomica, quella estera, nelle quali Cavour ebbe modo di dimostrare il suo genio e la sua fortuna, e la vicenda della Contessa di Castiglione.</p>
<p>In campo economico, Cavour fu un precursore della politica del &#8220;deficit spending&#8221;. Nel 1847 il debito pubblico del regno era di 137 milioni, un importo modesto. Nel 1860 era moltiplicato per 10, nonostante una tassazione più razionale ma anche più alta (e nel 1861 aumentò di altri 500 milioni). Ma oltre alle spese per l&#8217;esercito e per la spedizione di Crimea, che comunque portavano lavoro alla nascente industria locale, ci furono i grandi investimenti nelle ferrovie: nel 1847 il Piemonte aveva 47 KM di ferrovie, nel 1859 560, più della metà di quelle italiane. E le spese per i canali di bonifica, e quelle per il traforo del Frejus.</p>
<p>Il debito era collocato presso i risparmiatori piemontesi e attraverso i Rotschild di Parigi. CheCavour mise in concorrenza con gli Hambro di Londra, ottenendo migliori condizioni, ma soprattutto coinvolgendo entrambe le banche in una azione di lobbing di politica estera. In sostanza, se non si aiutava il Piemonte a conquistare la ricca Lombardia, erano crediti in sofferenza&#8230; un precursore anche del &#8220;too big too fail.&#8221;</p>
<p>Nella politica estera, Cavour fu un fortunato continuatore della diplomazia sabauda, da sempre attenta a seguire tutte le occasioni di ingrandimento. Non a caso, l&#8217;accademia militare dove aveva studiato era considerata in tutta Europa una ottima scuola di diplomazia,  e ci venivano da vari paesi esteri.</p>
<p>Soprattutto seppe inserirsi nel quadro europeo e mediterraneo, che stava modificandosi per la decadenza degli imperi austriaco e ottomano, mentre la decisione di aprire il canale di Suez determinava un conflitto tra l&#8217;ingombrante presenza della Francia e la necessità della Gran Bretagna di controllare la nuova via marittima per l&#8217;India.</p>
<p>Per stare dentro al grande gioco, rifiutò l&#8217;offerta della Gran Bretagna di usare 15.000 piemontesi come truppe mercenarie in Cirmea: chiese solo che si accollassero le spese di trasporto e gli facessero un prestito di 1 milione di sterline a tasso di favore. E poi ne mandò 18.000, con l&#8217;unico vantaggio di risollevare il morale dell&#8217;esercito dopo la sconfitta di Novara con la vittoria della Cernaja.</p>
<p>E&#8217; ancora un mistero se Cavour avesse previsto l&#8217;effetto valanga della conquista della Lombardia, con l&#8217;annessione dei ducati, della ricca Toscana e di una prima fetta dello stato ponitificio, l&#8217;Emilia.</p>
<p>Ma è difficile pensare che avessa anche previsto l&#8217;annessione del regno di Napoli, che rispondeva invece agli interessi inglesi, di avere un interlocutore affidabile nel mezzo del Mediterraneo. E, nell&#8217;orgia di retorica risorgimentale e garibaldina, nessuno è mai andato a controllare gli archivi dell&#8217;Intelligence Service per sapere quante sterline determinarono il comportamento pavido dei generali borbonici, che dopo Calatafimi non impegnarono mai battaglia.</p>
<p>Concludiamo con un pettegolezzo sulla contessa di Castiglione, il cui marito era un lontano cugino di Camillo, e, forse, gli aveva confidato qualche preoccupazione per la vivacità della moglie 19enne, che a Parigi fu ritenuta una delle più belle donne d&#8217;Europa. Ma la ragazza nasceva in Liguria,  marchesa Oldoini, e le proprietà fondiarie del padre accesero una lampadina nel cervello di Cavour. Aveva grandi estensioni di terreni sassosi e improduttivi in una località semideserta, denominata La Spezia. Che però per gli ammiragli della marina sarda era una rada magnifica, pari a quella di Villefranche, che dopo tanti secoli si sarebbe dovuto cedere alla Francia se le cose andavano come previsto.</p>
<p>Morale: la contessa, che di suo andava più che volentieri a fare la gran dama a Parigi, si &#8220;sacrificò&#8221; in nome degli interessi immobiliari della famiglia&#8230;.</p>
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		<title>Obama e la fine del suo capitale politico</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Jul 2010 09:02:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giulio Mellana</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Domenico Maceri Solo il ventidue percento dei californiani approva il lavoro di Arnold Schwarzenegger, il governatore del Golden State. Nel caso del presidente Barack Obama il quarantaquattro percento degli americani gli dà voti favorevoli. Il contrasto dovrebbe far sorridere Obama ma solo qualche mese fa il suo tasso di approvazione era del sessantasette percento. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/07/usalingua1.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-134" title="usalingua" src="http://www.alteracultura.org/wp-content/uploads/2010/07/usalingua1.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>di Domenico Maceri</em></p>
<p>Solo il ventidue percento dei californiani approva il lavoro di Arnold Schwarzenegger, il governatore del Golden State. Nel caso del presidente Barack Obama il quarantaquattro percento degli americani gli dà voti favorevoli.<br />
Il contrasto dovrebbe far sorridere Obama ma solo qualche mese fa il suo tasso di approvazione era del sessantasette percento. Qualcosa non funziona dunque per il presidente degli Usa oltre che per il governatore della California.<br />
Nel caso del secondo si tratta di un’anatra zoppicante dato che il suo mandato finirà a novembre. Per il residente della Casa Bianca si tratta di un’altra storia dato che è solo al secondo anno del suo mandato.<br />
Il calo di popolarità di Obama non riflette i suoi risultati legislativi. Nonostante la forte opposizione del Partito Repubblicano il presidente è riuscito a fare approvare importanti disegni di legge. A cominciare dallo stimolo all’economia di 862 miliardi di dollari. C’è poi stata la riforma sulla sanità e più recentemente la riforma finanziaria che dovrebbe evitare le crisi economiche regolando Wall Street e proteggendo i consumatori.<br />
Tutti questi successi legislativi sono dovuti al presidente Obama ma naturalmente anche al Partito Democratico che in grande misura ha votato favorevolmente. I voti repubblicani a questi sforzi legislativi si possono contare sulle dita di una mano. In linea generale il Partito Repubblicano si è dimostrato compatto nel suo tentativo di deragliare la politica legislativa di Obama.<br />
Il calo di approvazione del presidente statunitense si deve quasi esclusivamente all’economia. Nonostante alcuni segnali di ripresa il numero di posti di lavoro non è ancora aumentato sufficientemente per ridurre la disoccupazione. Lo stimolo all’economia approvato l’anno scorso ha avuto degli effetti positivi. La maggior parte degli analisti credono che lo stimolo abbia salvato tre milioni di posti di lavoro. Ma è molto probabile che la misura dello stimolo sia stata insufficiente. Sono di questo avviso non pochi economisti tra i quali Paul Krugman, vincitore del Premio Nobel per l’economia l’anno scorso.<br />
Le elezioni di midterm che si terranno fra quattro mesi non sembrano dunque favorevoli ad Obama ed il Partito Democratico. Dato che non si tratta di un’elezione presidenziale il numero di partecipanti sarà più basso del solito. Solo questa ragione già favorisce il Partito Repubblicano dato che i membri del Gop si recano alle urne più regolarmente dei loro avversari. L’economia traballante aggiungerà ai problemi del partito di Obama.<br />
Ciononostante si tratta di elezioni locali ognuna delle quali ha le sue caratteristiche nonostante le ramificazioni nazionali. Se i repubblicani dovessero riottenere la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e al Senato si tratterebbe ovviamente di grossi grattacapi per Obama dato che la sua agenda politica sarebbe ancor più bloccata.<br />
Obama deve dunque sperare che l’economia si riprenda al più presto perché gli elettori spesso votano la situazione delle loro tasche. Durante incertezze economiche gli elettori cambiano direzione perché hanno poca pazienza specialmente nel mondo attuale.<br />
Obama potrebbe naturalmente giocare la carta di Ronald Reagan per cercare di spiegare le difficoltà economiche come il risultato di una politica con radici nell’amministrazione precedente. Ecco esattamente cosa fece Reagan nel 1982 quando il gipper dovette fare fronte ad una crisi economica subito dopo la sua elezione.<br />
Nel caso attuale Obama avrebbe tutte le ragioni per additare alle radici dei problemi nel passato considerando ciò che ha ereditato da George Bush: due guerre e un’economia all’orlo del precipizio. Obama potrebbe insistere su questo punto: ci sono voluti parecchi anni per sprofondare in questa crisi economica e ce ne vorranno parecchi per uscirne. Cambiare rotta per ritornare al clima politico del passato caratterizzato da tasse più basse per i ricchi non farebbe che peggiorare la situazione.<br />
Alla fine però Obama dovrà conquistarsi più capitale politico da sé stesso indicando i suoi successi invece dei fallimenti del suo predecessore.</p>
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