Sostare nell’acqua: Sylvia Plath e David Foster Wallace
Vorrei precisare fin dall’inizio, un po’ a mo’ di prefazione, un po’ a scanso di equivoci, che tutto quel che leggerete (chi lo leggerà) è frutto della mia fantasia: in parole povere, non ho alcuna intenzione di controllare se quel che svolgerò in seguito (dal momento che ora è un gomitolo di pensieri ammassato nella mia testa) possa essere effettivamente attribuito ai due autori: David Foster Wallace e Sylvia Plath.Capirete, inoltre, quanto sia importante la breve prefazione soprascritta, ora che mi accingerò a spiegarvi come sia nata l’idea di questo filo conduttore tra la Plath e Foster Wallace.
Nell’anniversario della morte di David Foster Wallace uscì in Italia una raccolta di suoi scritti giovanili comparsi in svariate riviste con in aggiunta la trascrizione del discorso che lo scrittore americano tenne al Kenyon College nel 2005 per il conferimento delle lauree: proprio questa trascrizione dà il titolo alla raccolta: “Questa è l’acqua”.
Qualche settimana dopo comprai una raccolta delle maggiori opere di Sylvia Plath. La comprai perché in uno dei racconti di David Foster Wallace c’era una citazione a proposito della “Campana di vetro”: decisi di seguire il “consiglio”.
Dicevamo: nella raccolta dei capolavori della Plath notai un titolo dato ad una breve raccolta di poesie: “Attraversando l’acqua”, anch’essa raccolta postuma. Qui scattò la scintilla.
Chiaro: né Wallace né la Plath han deciso di intitolare le loro raccolte, né tanto meno han deciso di raccogliere sotto un unico titolo determinati lavori, eppure, io son convinto che il più delle volte l’Io artistico sopravviva all’artista. O forse sono solo congetture basate sul vuoto, come prima vi dicevo.
Sta a voi giudicare.
Ma non vorrei dare l’impressione di quello che mette tanto contorno perché la portata principale è scadente o poco sostanziosa: procedo con le congetture.
Dato irrilevante, o forse no, sia la Plath che Foster Wallace sono morti suicidi: lei a 31 anni infilò la testa nel forno (non certo per controllare il punto di cottura della torta), lui a 46 anni s’impiccò (qui ammetto che mi manca la freddura).
Se volessimo fare i mistici sarebbe interessante notare che Foster Wallace nasce nel 1962 e Sylvia Plath muore nel 1963. Ma quest’ultima informazione è meglio trattarla come nota a piè di pagina, di scarsa importanza.
Ebbene, ora resta da capire se ciò che collega la poetessa e lo scrittore sia solo una tragica fine e un paio di raccolte postume i cui titoli richiamano lo stesso elemento (acqua) o se forse ci sia qualcosa in più.
Credo che quel qualcosa in più sia proprio il significato che si dà all’acqua.
Perché capiate meglio (sempre che ci sia qualcuno che abbia avuto abbastanza pazienza da resistere fino a questo punto) devo farvi un sunto del discorso di David Foster Wallace per il conferimento delle lauree: il discorso comincia con una storiella che penso tutti conosciate, ossia due giovani pesci incontrano un pesce anziano e saggio, il quale li saluta e poi chiede loro “Ehi ragazzi, com’è l’acqua oggi?” i due si guardano e se ne vanno facendo finta di niente, quando si sono allontanati dal pesce uno dei due fa “Che diamine è l’acqua?”. Ebbene, che diamine è l’acqua? Ovvero, siamo sicuri di riuscire a pensare e a cogliere in maniera critica ciò in cui siamo immersi continuamente? Ossia: come la viviamo quotidianamente la quotidianità? Wallace dà una grande importanza alle scienze umanistiche poiché, egli dice, <insegnano a pensare> e nonostante questo sia ritenuto un mero cliché <sintetizza una verità molto profonda e importante. Imparare a pensare di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e cosa pensare.> Questo per dire che quel che giornalmente ci capita (pullman pieno, traffico, chi supera alla cassa ecc…) siamo abituati a prenderlo così come viene, e ci incazziamo, ma senza attribuire le stesse categorie mentali che magari attribuiremmo a un qualche evento meno quotidiano; chessò, la morte o vattelappesca.
Bene, spero sia chiaro che l’acqua, in Foster Wallace sta a rappresentare la quotidianità.
In Sylvia Plath?
Chi conosce la poetessa sa bene che il suo più grande demone era la depressione, cronica, instancabile e costante. Non diversamente Foster Wallace, il quale, però, l’ha combattuto a colpi di ironia (geniale, ve l’assicuro, consiglio a tutti “Brevi interviste con uomini schifosi”) ma al quale ha dovuto soccombere anche lui.
Edificante in questo senso potrebbe essere proprio il racconto nel quale ho trovato la citazione alla “Campana di vetro”: “Il pianeta Trifallon in relazione alla Cosa Brutta”.
Racconto di un ragazzo depresso e dell’incancrenimento della depressione descritta come una nausea che permea non solo lo stomaco <Ora immaginate che ogni singolo atomo di ogni singola cellula del vostro corpo abbia la nausea […]>. La Cosa Brutta è la nausea, il pianeta Trifallon è lo stato mentale in cui le pillole di Tofralin lo spediscono, pianeta in cui la depressione sembra lontana, anche se non scompare.
Ed è qui che sta il filo tra i due: perché la depressione non scompare?
La risposta ci è data da David Foste Wallace: <[La Cosa Brutta] Vi ha fatto ammalare in modo da non permettervi di guarire. E voi cominciate a pensare a questa cosa veramente atroce e vi dite:- Mannaggia, come cavolo è riuscita la Cosa Brutta a fare questo?- Ci pensate su, ci pensate davvero bene perché è nel vostro interesse, e poi tutt’a un tratto avete come un’intuizione… la Cosa Brutta riesce a farvi questo perché voi siete la Cosa Brutta!
Le scienze umanistiche servono a cosa e come pensare, servono a vedere ciò <che è nascosto così in bella vista> (qualcuno ricordo “la lettera rubata” di Poe?).
Sylvia Plath (che effettivamente sembra essere stata dimenticata) anche se in versi ci dice la stesa cosa:
Le pillole non gli fanno effetto: rosse, viola, azzurre-
Come illuminavano il tedio della sera prolungata!
Quei pianeti zuccherini il cui influsso gli ottenne
per qualche tempo una vita battezzata in non-vita
e i dolci risvegli stuporosi di un infante smemorato.
Ora le pillole sono consunte e ridicole, come antichi dei.
I loro colori ninnananna non lo aiutano più.
Insonne.
Entrambi si sono ritrovati a combattere contro un demone che quotidianamente li perseguitava, e sebbene l’abbiano riconosciuto, gli abbiano dato un nome, questo non è bastato a sconfiggerlo.
Né Lui né Lei sono riusciti a sostare nell’acqua: questa è in ultima analisi, credo, la cosa più difficile per ogni uomo. Non siamo branchiati, ci sentiamo soffocare, occlusi, senza via di uscita (Campana di vetro) da tutto ciò che è quotidiano, perché non lo vediamo, è un nemico che ci attacca senza che noi possiamo vederlo, possiamo riconoscerlo “Questa è l’acqua” quando ci colpisce, possiamo provare ad andare oltre “Attraversando l’acqua” ma l’oceano è veramente grande (ora mi viene in mente che la Plath tentò di suicidarsi in un lago, ma non vi riuscì, non ricordo più perché).
Quello che ci viene richiesto, anzi, quello che noi dovremmo pretendere da noi stessi è di resistere e sforzarci di non dare per scontato, dozzinale, retorico, banale, inflazionato (e chi conosce altri sinonimi non faccia il timido e aggiunga pure) quel che ci accade ogni giorno, bisogna cercare non di elogiare la quotidianità, ma nemmeno ignorarla, perché ci piaccia o meno, è con lei che dobbiamo fare i conti per il 99% della nostra vita.
La Cosa Brutta siete voi! Fuggiamo di continuo dal fare i conti con noi stessi, col nostro passato, con i nostri demoni, con le nostre paure e incertezze.
Retorico. Vero, è stato detto in tutte le salse, in tutti i modi, pare ormai di avere a che fare con contenitori vuoti quando si sente dire “Fai i conti con te stesso”.
Eppure è qualcosa di talmente essenziale, di vitale, che sarebbe come considerare retorico respirare e quindi non farlo.
Anzi, il vero problema non è il non respirare, ma considerare ogni respiro uguale ai suoi precedenti e ai successivi.
Il problema non è quello di non fare i conti con se stessi: il vero problema è farlo in maniera automatica, istintiva, acefala, come se fosse una cosa che “va fatta”, ma che farla o meno non ci sembra possa avere alcuna importanza.
Quotidianamente siamo messi di fronte a noi stessi, ai nostri obblighi, responsabilità, limiti, perversioni, alti e bassi, fallimenti, vittorie, e sembriamo incapaci di cogliere tutto questo se non come un ciclo che eternamente è destinato a ripetersi. Ci incazziamo, ma poi passa: tanto domani sarà uguale.
Eppure non ci rendiamo conto che questo accumulo, questo lasciar depositare senza filtri, porta a saturazione.
Insomma, non so se riesco a passarvi il punto della questione, che nella mia testa appare tanto cogente e reale quanto in ciò che ho scritto appare vacuo e aleatorio.
Non credo che la Plath e Foster Wallace abbiano ignorato la loro depressione, anzi ne hanno fatto arte, eppure anche questo è in un modo o nell’altro un tentativo di sublimazione, che a lungo andare toglie aria e ci soffoca: forse non ci han pensato, forse han fatto finta di niente e ci hanno regalato opere che tolgono il fiato (ve l’assicuro: è così), però forse ci hanno anche lanciato un consiglio che dobbiamo essere bravi a cogliere.
Credo che David Foster Wallace sia stato il più chiaro (e a mio avviso commovente) a descrivere il punto della questione che con fatica ho provato ad esporvi sopra; eccovi in conclusione il consiglio:
La Verità con la V maiuscola riguarda la vita prima della morte. Riguarda il fatto di toccare i trenta, magari i cinquanta, senza il desiderio di spararsi un colpo in testa. Riguarda il valore vero della vera cultura, dove voti e titoli di studio non c’entrano, c’entra solo la consapevolezza pura e semplice: la consapevolezza di ciò che è così reale e essenziale, così nascosto in bella vista sotto gli occhi di tutti da costringerci a ricordare di continuo a noi stessi <Questa è l’acqua, questa è l’acqua […]>. Farlo, vivere in modo consapevole, adulto, giorno dopo giorno, è di una difficoltà inimagginabile. E questo dimostra la verità di un altro cliché: la vostra cultura è realmente il lavoro di una vita, e comincia… adesso. Augurarvi buona fortuna sarebbe troppo poco.
Simone Traversa, Sylvia Plath, David Foster Wallace


