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Incubi e sonnam-bullismo

di Simone Traversa

Il treno sembrava scivolare su una ferrovia fatta di gommapiuma: senza sobbalzi e sferragliamenti attraversava veloce la campagna. Uno scenario decadente sfrecciava fuori dal finestrino. Il paesaggio sembrava fosse stato dipinto da un pittore ossessivo, la cui tavolozza avesse conosciuto solamente un unico colore: un grigio cinereo e cupo, carico di sinistri presagi. Quel grigiore ammantava campi incolti e avvizziti, e  casupole di pietra diroccate, abitate un tempo da mesti contadini artritici, con nocche tuberiformi. Gli unici esseri viventi a popolare quelle lande abbandonate erano degli scarni corvi neri slavati che  zampettavano, affaticati, in cerca di cibo.
Il vagone sembrava vuoto, immerso in un silenzio immutabile ed eterno.
Dietro di lui la porta dello scomparto si apriva e si chiudeva da sola, mossa dagli inesistenti sobbalzi del treno, emettendo un ritmico ticchettio accompagnato dal cigolare di cardini mal oleati.
Quel vetusto e scarno paesaggio bucolico esercitava su di lui un fascino mortale, l’ammaliamento  proporzionale alla sua ripugnanza.
Rientrò nel suo scomparto, all’interno vi trovò due persone: una impegnata in una conversazione telefonica, l’altra, appena ebbe aperto la porta, gli puntò lo sguardo addosso, senza distoglierlo.
Valutò con attenzione quale fosse il posto che gli permettesse di mantenere la distanza maggiore tra lui e quell’inopportuno viaggiatore: individuatolo vi si sedette.
Una strana ansia lo assalì improvvisamente: aveva l’impressione di aver sbagliato treno.
Anzi, aveva sbagliato a prendere il treno. Quel treno che stava andando non sapeva dove, lo stava sicuramente portando lontano da dove sarebbe dovuto essere. Lui, su quel treno, non ci sarebbe dovuto salire. Eppure se ci era salito un motivo ci sarà pur dovuto essere. Non riusciva a ricordare. Non riusciva a ricordare né se ci fosse stato un buon motivo per salire su quel dannato treno, né quando ci fosse salito. Paradossalmente non riusciva nemmeno a ricordare se ci fosse salito.
Doveva chiamare immediatamente qualcuno, dire che si trovava su un treno che non sapeva dove si stesse dirigendo, che non sarebbe tornato presto a casa, e che forse non ci sarebbe tornato mai più. Si frugò freneticamente nelle tasche in cerca del suo cellulare. Non lo trovò.
L’uomo continuava a guardarlo con sadica bonarietà, come se stesse osservando un uomo affetto da Parkinson intento a far passare un filo per la cruna di un ago, l’altro, incurante di tutti e di tutto, proseguiva nella sua comunicazione telefonica.
Doveva aver dimenticato il cellulare da qualche parte. Dove? Perché aveva preso quel treno? Perché quell’uomo non puntava i suoi maledettissimi occhi da qualche altra parte?
L’uomo al cellulare, fino a questo momento, si era presentato come una figura vagamente antropomorfica, il suo viso era amorfo, come se un invisibile velo deformante l’avesse ricoperto, rendendo irriconoscibili i suoi connotati, lasciando trasparire solo le forme del corpo; ma ora, come d’incanto, il velo si sollevò, mostrando l’uomo che vi veniva celato.
Signor Depp, scusi, signor Depp.
L’attore lo guardò con aria scocciata, scacciandolo con la mano come se si fosse trattato di una mosca fastidiosa.
Scusi, non volevo interromperla, ma avrei bisogno di fare una chiamata e mi chiedevo se…
L’uomo si alzò, senza degnarlo di un ulteriore sguardo, ed uscì dallo scomparto. Scomparve.
Si ritrovò da solo con quell’uomo, che mai aveva smesso di fissarlo. Sembrava aspettarsi qualcosa da lui.
Si sentì in difetto. Sospettoso, attendeva che qualcosa accadesse. L’uomo, di età indefinibile, certo non giovane, ma nemmeno troppo vecchio, allampanato e affusolato, come se il vento avesse definito i suoi tratti, pallido, ma di una pallidezza sana, diafana, era vestito in maniera molto stramba: aveva pantaloni bianchi a righe nere, una giacca in tinta coi pantaloni, una camicia color crema chiusa al collo da un papillon bianco, anch’esso a strisce nere, scarpe di vernice bianche con la punta nera, sulla testa un panama bianco cinto da un nastro nero dal quale, ritta come un’antenna, si ergeva una caleidoscopica piuma di cocorita, dalla bocca spuntava una grossa pipa d’osso bianca smaltata, il fornello rappresentava la faccia di un Winston Churchill intento a fumare un sigaro: ogni volta che l’uomo tirava una boccata dalla pipa, da un forellino situato in prossimità del sigaro usciva una nuvoletta di fumo.
Churchill tossì e sputacchiò, e con voce biascicata iniziò a borbogliare.
Giovine… Assaggia la figa.

L’uomo che teneva la pipa in bocca non accennava a muoversi, teneva lo sguardo fisso su di lui, le labbra piegate in un perverso ghigno beffardo.
Giovine ascoltami… Non perdere l’occasione di assaggiare l’umida e succulenta figa.
Non mancherò.
Rispose incerto.
Questo, amico mio, è un coglione. E fidati, io i coglioni li riconosco da miglia di distanza, e questo è proprio un coglione.
Borbottava la pipa rivolta al suo fumatore.
Scusi, non è che ha un telefono? Dovrei chiamare a casa.

L’uomo rimase immobile, la gamba destra incrociata sopra la sinistra, la mano destra sopra la sinistra, entrambe le mani adagiate sulla gamba destra.

Ehi, invece di questuare, hai ascoltato cosa ti ho detto? Assaggia la figa!

Il fumatore aspirò profondamente e dal sigaro uscì una sottile nuvoletta di fumo. Churchill tossì.

Avrei proprio bisogno di un telefono, le sarei molto grato se potesse prestarmi il suo. Le pago la chiamata. Devo chiamare a casa sennò si preoccupano e non so come avvisarli altrimenti si preoccupano se non avviso…

Quale querimonia insopportabile! Tu sei troppo concentrato su cose poco importanti: la figa ragazzo, la figa.

Ho davvero bisogno di fare la chiamata.

Provò ad insistere, cercando di curarsi il meno possibile del fornello parlante.

L’uomo sfilò da una tasca interna della giacca un BlackBerry, glielo porse.

Grazie. Davvero molto gentile. Non ci metterò molto…

Aspetta prima di ringraziare.

Lo rintuzzò Churchill con tono solenne e mesto.

Sullo schermo del cellulare si susseguivano in rapida successione alcuni video, talmente veloci che sembravano sovrapporsi l’un l’altro.

Non riuscì a distinguere nulla, se non macchie cromatiche informi e sfocate.

Guardò con aria interrogativa prima l’uomo, che rimase immobile e silente, poi Churchill, che si limitò a scuotere sconsolato il capo.

Quando riportò l’attenzione allo schermo del cellulare, i video si percepivano distintamente.

Un bambino molto piccolo era cinto da due braccia, dietro si stagliava una casa che gli parve di riconoscere. Le braccia che tenevano quel bambino erano le braccia di sua madre. Il bambino piangeva e la madre lo cullava.

Staccò gli occhi dal telefono, il cuore palpitava, ipercinetico, la vista un po’ annebbiata, un fischio alle orecchie forte e lieve al tempo stesso.

Cos’è?

Aspetta prima di ringraziare.

Il nuovo video rappresentava lui a cinque anni: l’immagine era nitida, sembrava un video girato professionalmente. Non si ricordava se quello che lo schermo presentava fosse mai accaduto realmente: lui correva su un prato, rideva e inseguiva una farfalla, sua madre, un po’ più in là, piangeva seduta su una panchina, suo padre urlava, le dava della puttana, e sbraitava, la gente che passava rallentava il passo per gustarsi meglio la scena.

Questo è mai accaduto?

Solo la sua espressione sogghignante in risposta, Churchill sembrava essersi addormentato.

Serbava qualche traccia mnesica di quello che il cellulare ora stava proponendo: aveva circa dieci anni, aveva il pallone in mano e chiedeva insistentemente al padre di accompagnarlo al parco a giocare. Il padre risponde che è tardi. Lui ribatte che allora se ne va da solo. Il padre dice di non azzardarsi a fare un solo passo che altrimenti sono guai. Lui scatta verso la porta, riesce ad uscire senza che il padre lo acciuffi e corre per la tromba delle scale. Il padre si lancia al suo inseguimento, goffo come tutti gli obesi, ansimando, ripete in continuazione: se ti piglio, se ti piglio, quant’è vero Iddio se ti piglio cosa non ti faccio. Lui riesce a raggiungere il portone, lo apre ed esce in strada, il pallone gli scivola da sotto il braccio, si ferma, lo recupera e vede il padre uscire dal portone di casa, riprende a correre, più forte di prima, e dopo una corsa disperata di qualche minuto si guarda indietro, il cuore in gola che sembra debba uscirgli dalla bocca da un momento all’altro: non c’è nessuno alle sue calcagna. Riprende a camminare tranquillo, credendo di averlo seminato per sempre, ma appena attraversato l’isolato un’auto gli si ferma davanti inchiodando: dall’auto esce il padre inferocito, canotta bianca, boxer grigi e zoccoli bianchi sgualciti, fa il giro e lo arpiona per l’orecchio: porca puttana! T’ho preso, eh, ‘sta volta! E adesso facciamo i conti a casa io e te. Apre la porta del passeggero e lo catapulta dentro con un regale calcio nel culo, facendolo volare dritto sul pomello del cambio. Chiude la porta, risale in auto e riparte sgommando verso casa. Gli sguardi attoniti degli astanti.

Questo… Questo è successo per davvero.

L’uomo accennò col capo, senza mai cambiare espressione. Notò solo adesso che gli occhi di quell’uomo non avevano colore.

Lo sai com’è tuo padre, gli sta dicendo la madre dal telefono. Tuo padre ha tanti pregi, ma ogni tanto è un po’ impulsivo, perde un po’ la ragione. Non sta parlando a lui direttamente, questo è un discorso che è avvenuto tra lui e sua madre, un discorso fatto e rifatto innumerevoli volte. Lo so, lo so che ti ha picchiato, ha picchiato anche me tante volte, ma non per questo è un cattivo padre o un cattivo marito. Ci siamo separati perché, beh, queste sono cose troppo difficili da spiegare, e poi insomma, tu a lui devi portare rispetto, è lui che ti deve crescere, e devi fare quello che lui ti dice di fare, perché te lo dice per il tuo bene. Tutte le persone hanno dei difetti, anche tu sai? Magari potreste parlarne. Beh, allora non fare nulla che possa innervosirlo e vedrai che andrete d’amore e d’accordo. No, amore, non puoi venire ad abitare con me, tuo padre si arrabbierebbe. E tu non vuoi fare arrabbiare tuo padre, vero? Va bene, dai, torna a casa, e mi raccomando, non dirgli che sei venuto a trovarmi. Fatti dare un bacio. Ciao, e torna a trovarmi. Quando puoi.

Guardò l’uomo, non aveva niente da dire.

Adesso lui è a scuola, è in prima superiore: c’è quella ragazza. La sua Salomè, alla quale avrebbe consegnato volentieri la sua testa su un piatto d’argento. Le sarebbe bastato un cenno, e lui si sarebbe decapitato. Avrebbe voluto sbarazzarsi del suo capo, un peso inutile dal momento che la sua testa era ormai irrimediabilmente persa. L’amava. Lei era bellissima. Vorrebbe sposarla. Il video ripresenta schematicamente tutti gli avvicendamenti di quell’adolescenziale, imbranata, parossistica storia d’amore. In classe lui fa il buffone di corte, lei ride di gusto alle sue facezie e ai suoi geniali scherzi: un riso che assume la forma di un invito alla reiterazione. Nell’intervallo la segue, le parla mostrandole la sua parte sensibile e profonda, ragazzo dalle mille sfaccettature, capace di trasformare un raggio bianco in un bellissimo arcobaleno policromo, lei lo ascolta con interesse, con quello sguardo assorto che sembra implorarlo di renderla partecipe delle sue geremiadi. Durante le pause le si avvicina, prova a stabilire un contatto fisico con quell’incantevole principessa: le avvicina la punta della scarpa al suo piede, e lei non lo sposta, quel contatto che farà scoccare la scintilla dell’amore appena lui premerà sugli interruttori giusti del suo cuore attraverso la dichiarazione d’amore più bella e autentica mai esistita. Ed eccolo lì, orgoglioso ma un po’ intimidito, conscio che da quel momento in poi la sua vita non sarà più la stessa, perché in quel momento si deciderà se la donna della sua vita starà al suo fianco oppure no. La prende da parte e le riversa addosso tutto il mellifluo contenuto del suo cuore palpitante, scopre il fianco al quale lui la vorrebbe accanto, certo che lei non lo colpirà. Il contatto si rivelò essere un corto circuito. La dolcezza di quell’amore sembrò nausearla. Al fianco venne inferta una brutta ferita. La testa, la stronza, preferì tagliarla di persona, di sorpresa: frigida mantide religiosa, non gli concesse nemmeno la soddisfazione dell’atto sessuale. Lei lo rifiuta. Lui si altera. Lei si spaventa. Lui le dà della puttana. Lei gli dice che è completamente pazzo. A scuola non si sono mai più parlati.

Lei non l’ho mai più rivista. Era la donna della mia vita.

Churchill, a queste parole, si risvegliò dal suo sonno, sbadigliò, e un po’ indispettito, con tono burbero, gli si rivolse.

Tu non sai di cosa stai parlando. La vita! Tsè, gran bell’inganno. La fica, la fica, ecco cosa, la fica, quella non mente mai. La mente mente, l’amante mente, mente allarmante, menti all’amante, menti al mondo, ma il mondo mente. La fica ragazzo, la fica, non lasciarti sfuggire l’opportunità di lappare la fica.

I suoi occhi vuoti e vacui si guardarono intorno, come a scrutare se qualcuno, oltre a loro, potesse averlo sentito. Constata l’assenza di possibili spie si riassopì.

Ha portato a casa della madre la sua fidanzata. Quel giorno se lo ricorda. Lui l’ha lasciata qualche giorno fa, prima di prendere il dannato treno. Si sarebbero dovuti sposare. A pensarci bene, anche se oggi non tornasse a casa, nessuno se ne accorgerebbe.

Oh, che bello conoscerti. Salve signora. Siediti, vuoi un caffè? Oh si molto gentile. Ma bene, e che avete fatto oggi. Oh niente ma’, siamo stati un po’ in giro. Ah, bravi, bravi. E tuo padre? Come sta? Dai ma’, per favore, non parliamo di lui. Sì, hai ragione, hai ragione, però chiedevo solo, però va bene, faccio il caffè. Si era creato un momento di imbarazzo: lei sapeva di lui-il padre-la madre, triangolo edipico, motore immobile dell’epoca moderna. Allora tu studi? Sì, studio all’università. E cosa fai? Faccio psicologia. Oh che brava, mica come mio figlio, vero? Beh, ma suo figlio è intelligente anche se non studia. Eh, lo so, lo so, è questo che mi dispiace, riuscirebbe anche bene negli studi. Mamma lo sai, ne abbiamo già parlato tante volte. Ma sì, ma sì, non t’innervosire, si fa per ridere, che caratteraccio! Ma tu come fai a sopportarlo. Eeeeeh… Ma’, per favore! Ma che ho detto, su, con te proprio non si scherza!

L’incontro era proseguito su questo adagio: la madre diceva qualcosa, lui si offendeva, lei lo scherniva e la ragazza prendeva appunti per la sua tesi. Bevvero il caffè e se ne andarono.

Cosa vogliono dire tutti questi filmati?

La fissità vacua dello sguardo e l’immutabile sghignazzo beffardo erano le uniche risposte a cui aveva diritto: espressioni dell’indicibile, dell’osceno, dell’ineffabile.

Dove va questo treno? Dove stiamo andando?

Di nuovo l’ansia. La paura. Il terrore. La disperazione.

Sono morto.

L’aveva detto o solo pensato? Lo chiedeva o lo affermava?

Io sono morto.

L’uomo non faceva una piega. Churchill sembrava rattristato, un po’ amareggiato.

Mi state portando via, non è vero?

Aspetta prima di ringraziare.

Sono morto, morto, morto, morto, morto, morto, morto, morto, morto morto morto morto morto…

Un mantra mortuario.

Si ridestò. Nell’intervallo che intercorse tra la veglia e il sonno, ebbe l’impressione di sentire un urlo. Forse era stato suo.

Si sente bene?

Si girò in direzione della voce, proveniva dal sedile vicino al finestrino. Un uomo di mezza età vi era seduto, le mani incrociate sulla pancia: nello scomparto non c’era nessuno fuorché loro due.

Un brutto sogno.

Il treno, sferragliando e dondolando, attraversava un paesaggio brullo e plumbeo. Una galleria fece piombare nel buio lo scomparto, poi di nuovo la luce grigiastra e lieve.

Si agitava tutto, mugugnava. Ha anche urlato alla fine. Le deve essere rimasto qualcosa sullo stomaco. Certe letture non sono facili da digerire.

L’uomo indicò con la mano, accompagnando il gesto con un lieve cenno del capo e un sorrisetto indecifrabile, il libro che aveva sulle gambe. Bulgakov.

Sì, no, beh… Ecco. Gran libro.

Oh, lo so. Uno dei miei preferiti.

Aveva sognato Korov’ev? Se sì, l’uomo come faceva a saperlo? Ma almeno lo sapeva, o era un caso fortuito che vi accennasse? Il sogno l’aveva gettato in una spirale che lo stava gettando in pasto alle bocche luciferine della disperazione, del sospetto e della paura: dubitava persino che potesse essere sveglio in quel momento. Sentiva gli umidi e malefici artifici che il demone del dubbio sussurrava all’orecchio del suo Io spaurito e disarmato.

La deve aver spaventata quel sogno. È bianco come un cencio. È sicuro di sentirsi bene?

Sì, sto bene, grazie. Solo ho bisogno di riprendermi. Sono di quei sogni che sembrano reali.

Ah, sì. Tremendi quelli.

Già.

Galleria. Buio pesto. Rumore forte. Giramento di testa. Nausea.

Ha un’aspirina?

No, mi spiace. Ma vuole che chiami qualcuno?

No, no davvero, grazie. Adesso mi riprendo.

Galleria. Rumore assordante, prolungato. Emicrania. Luce. L’uomo lo stava guardando con apprensione.

L’ha scossa ben bene, eh?

Prego?

No, dicevo, il sogno…

Ah.

Eh!

Sì. Sì un po’. Credo di essere un po’ scosso dalla mia vita.

Be’, quello un po’ tutti.

Sì, sì, immagino di sì. Ma sa, quando capita a te…

Sì, sì certo, quando lo si vive in prima persona sembra sempre più importante, unico.

Il suo interlocutore sapeva a cosa lui stesse facendo riferimento, o parlava tanto per parlare, per tenergli compagnia? Nel caso lo sapesse, come faceva a saperlo?

Galleria breve, un lampo di oscurità. Sempre lo stesso paesaggio, scarno e avvizzito. Della venustà che aveva scorso nel suo sogno non vi era rimasta traccia. Solo decadenza e morte.

Anche i miei figli soffrivano di insonnia.

Sì?

Sì, sì. Anzi, sa no che si dice sempre che da piccoli si è propensi al sonnambulismo?

Accennò col capo.

Pensi, entrambi i miei figli erano sonnambuli. Ma guardi, le dico, è stato un vero problema. Li abbiamo dovuti portare in una clinica per il sonno.

Esistono?

Certo, certo. È un problema che mica può essere sottovalutato, specie nei casi estremi come si sono presentati nei miei figli.

Perché, cosa facevano?

Ah guardi, le assicuro, cose dell’altro mondo.

Tipo?

Be’, guardi, la storia è lunga, non che mi spiaccia raccontarla, ma magari lei deve scendere fra un po’ e…

Oh, no guardi, io scendo a fine corsa. Il tempo non mi manca di certo. E non mi dispiacerebbe essere un po’ intrattenuto, in tutta sincerità.

Certo, capisco. Be’, allora inizierò dal principio, perché tanto mi sa che scenderemo assieme.

Sbagliava, o con quest’ultima frase aveva voluto sottintendere qualcosa? Aveva ammiccato, o se l’era immaginato? E se fosse stato vero, cosa aveva voluto intendere con quell’occhiolino?

… senza contare che erano uno più grande e l’altro più piccolo.

Certo, certo.

Non doveva farsi distrarre dalle sue ambasce, se l’uomo si fosse accorto che prestava più orecchio alla voce del dubbio che a quella narrante avrebbe rischiato di perdere l’unico palliativo attualmente a disposizione per la sua angoscia.

… pensi che roba!

Roba da matti proprio.

Ebbene, il più piccolo aveva sei anni, il più grande nove. Pensi…

No, no ascolto.

Non ne dubito.

Si era tradito.

E comunque, cosa ti succede un giorno? Anzi, una notte? Sono in camera, con mia moglie, notte fonda, inizio a sentire delle urla provenire dalla camera dei bambini. Aiuto, aiuto, sento. Allora mi alzo e corro in camera per vedere cosa sta succedendo. Mia moglie non si era svegliata, c’ero solo io. Lei, sa, manco con le cannonate si sveglierebbe. Insomma, che ti vedo? Il figlio grande che sta picchiando il piccolo.

Oggesù.

Dormivano nella stessa stanza. Allora lo prendo e lo stacco e inizio a sgridarlo. Solo che io, lì per lì, non me ne ero mica accorto, ma lui stava dormendo!

Ma davvero? Che roba pazzesca!

Ma pensi, io arrivo, lo stacco dal più piccolo, il grande a questo punto si è ridestato e mi guarda attonito, proprio non capisce, lo vedo che è spaesato.

Ma povero.

No, no, aspetti prima di giudicare.

Il riscontrare la similarità di quest’ultima frase con quella che Churchill si ostinava a pronunciare nel suo sogno, lo fece sobbalzare.

… nello sguardo. È tutto a posto?

Sì, no, solo un brivido. Lo sguardo diceva…

Sì, insomma, leggo nello sguardo del più grande che proprio non capisce di cosa io lo stia rimproverando. Nel frattempo, sa com’è, c’era stato un bel po’ di trambusto, giunge anche mia moglie che chiede cosa stia succedendo. Il piccolo è in lacrime, spaventatissimo, perché sa, essere svegliati nella notte da uno che ti picchia, senza contare che quell’uno è niente po’ po’ di meno che tuo fratello, col quale condividi la camera da letto e ci dormi tutte le notti insieme, ti deve sconvolgere non poco. Il più grande invece è quasi sotto shock, e anch’io inizio a inquietarmi. Il piccolo in lacrime spiega alla madre che il grande lo ha picchiato, e così lei inizia a innervosirsi e a gridare verso il grande, io però la blocco in tempo perché intuisco che qualcosa non è andato come sembra. Capisco che il grande picchiava il più piccolo, ma che non lo faceva consciamente, stava dormendo mentre lo picchiava.

Ma, scusi se le faccio questa domanda:

Prego…

Ecco, mi chiedevo se i due andassero d’accordo, oppure litigassero.

Vede, quando arriva un fratellino piccolo il più grande è naturale che si ingelosisca. Direi che avevano il classico rapporto tra fratelli che a quell’età si è soliti avere, momenti di grande complicità alternati a momenti di aspra conflittualità.

Certo, certo, sì, mi sembra piuttosto normale.

Be’, dov’ero rimasto?

Che capisce che il grande è sonnambulo.

Ah, sì, giusto, giusto. Be’, forte di questa intuizione, la spiego a tutti, cerco di calmare il piccolo e nel frattempo cerco di far riavere il grande. Sa poi che si dice spesso che i sonnambuli non vanno mai svegliati sennò si rischiano gravi danni. Be’, in clinica mi hanno spiegato che così proprio non è, e ora non sto qui a raccontarle la rava e la fava, però io allora credevo ancora che i sonnambuli che vengono svegliati di soprassalto rischino shock molto gravi e quindi ero molto preoccupato per mio figlio.

Eh beh, la capisco.

Già. Comunque torniamo a dormire tutti quanti. La sera dopo il piccolo ci chiede di venire a dormire con noi perché dice ha paura del grande. Il grande, invece, dice che lui non lo fa apposta e si sente in colpa.

Povero.

Sì, era molto afflitto, infatti io e mia moglie continuavamo a rassicurarlo e dirgli di non preoccuparsi. Pensi, questa gliela dico per farsi una sghignazzata, per divertissement. Allora mi era venuto in mente questo giochetto di parole: il grande non era sonnambulo, ma un sonnam-bullo.

Risero entrambi fra i denti. Galleria. Luce. Dal corridoio si sentì arrivare la voce del paninaro, prima lontana, poi sempre più vicina. L’uomo era grasso, pelato, e ripeteva sempre la stessa formula come un disco rotto.

Paaanini, bibbite, bevande calde, patatine, caffeee-è.

Vuole un caffè?

Chiese all’uomo improvvisatosi aedo.

Sì, volentieri.

Paaanini, bibbite, bevande calde, patatine, caffeee-è.

Uscì dallo scomparto e chiamò l’uomo dei panini.

Paaanini, bibbite, bevande calde, patatine, caffeee-è.

Mi darebbe due caffè? Panini a cosa li ha?

Ahe’, teniamo un ampio assortimento: prosciutto e formaggio, formaggio e prosciutto, insaccato e latticini, latticini e insaccato…

Mh. Mi sembrano tutti uguali. Prenderò prosciutto e formaggio.

E comm’ no? Oggi siamo giocosi eh, guajo’!

Non tanto in verità.

Maronn’ che tristezz’!

Quanto le devo?

Sei euri capo.

Appena rientrò in scomparto, l’uomo rientrò in loop.

Paaanini, bibbite, bevande calde, patatine, caffeee-è.

Guardò la data di scadenza del panino: era ancora buono. Galleria. Luce.

Grazie per il caffè.

Si figuri. Insomma, come avete risolto la questione del sonnam-bullismo?

Be’, vede, non passò tanto tempo che anche il piccolo iniziò a vagabondare. Quando iniziò anche lui ci decidemmo a cercare una clinica del sonno: allora erano una novità, e a quanto vedo ancora adesso non sono proprio di dominio pubblico, ma quando ci andammo c’erano già un centinaio di persone ricoverate.

Ma sa che pensavo fosse un’invenzione letteraria o cinematografica? Non pensavo esistessero per davvero.

E invece… Comunque sia, le notti passano, e una sì e l’altra pure, il grande si alza e batte il piccolo. Diamine, capisce è un gran bel problema, per tutti. Così con tutte le precauzioni del caso, trasferiamo momentaneamente il piccolo da noi che, per altro, comincia a soffrire di un tremito nervoso che si presenta ogni sera all’ora di coricarsi, e non ci vuole certo un dottor Freud per capire da cosa fosse dovuto.

Beh, direi di no.

Mi tolga una curiosità: lei ha fatto l’università?

No, no, per vari problemi e cose. Però cerco di tenermi aggiornato.

Comprendo. In ogni caso

Si risentì del fatto che l’uomo non si fosse mostrato minimamente stupito, o interessato, alla sua intraprendenza intellettuale. Quante altre persone, che non frequentano l’università, si prendono la briga di leggere Bulgakov, o di sapere chi è il signor Freud? Possibile che l’uomo riguardo la sua autonoma formazione culturale non avesse nient’altro da dire che ‘comprendo’? Perché avrebbe dovuto ascoltare la storia che gli stava propinando, se lui, in compenso, non era disposto ad ascoltare la sua?

… con lui che batte il materasso vuoto.

Allucinante. Doveva essere anche spaventoso a vedersi. Non so, io credo mi sarei spaventato a morte.

In tutta confidenza, le dirò, in quei momenti mi sono cagato veramente addosso.

Risero di gusto entrambi. Il riso sciacquò via il risentimento.

Ma le dirò che il piccolo mi terrorizzava ancora di più.

Perché, che cosa faceva?

L’uomo si incupì, e il fatto di aver posto la domanda con un tono in cui si sentiva ancora l’eco delle risate precedenti lo fece sentire un po’ indelicato.

Insomma, se quello grande picchiava con foga il materasso vuoto, ma nel complesso, a posteriori, la scena sarebbe potuta anche sembrare buffa, quello che il piccolo faceva non aveva niente di comico, niente di goffo, era semplicemente… Non lo so. Mi mancano le parole.

Wow.

Già.

Calò il silenzio. A riempirlo, per un po’, ci fu il rumore di una galleria, cupo, continuo, poi la luce e di nuovo quel silenzio. La porta dello scomparto si aprì con uno schianto, entrambi gli uomini sobbalzarono.

Biglietti prego.

Il controllore parlava stancamente, lasciando trapelare, non si sa se volontariamente o meno, la sua più totale indifferenza nei riguardi di loro, dei biglietti e in generale di tutto quello che in quel momento vi era racchiuso. Marcò con l’obliteratrice i biglietti e sbuffando si trascinò oltre. L’uomo riprese il suo racconto.

Una notte dormivamo. Il grande sembrava essersi calmato, ma per sicurezza volevamo tenere il piccolo ancora con noi una notte, poi avremmo ristabilito l’ordine. Ad un certo punto mi ritrovo abbracciato a mia moglie, il piccolo solitamente stava in mezzo, ma essendo nel dormiveglia non recepisco che il fatto di essere abbracciato…

Significava che il piccolo non c’era.

Bravo. Esattamente così.

Si chiese se il treno non facesse fermate intermedie.

Il bambino si era alzato senza che ce ne accorgessimo.

Forse, si rispose, il racconto l’aveva assorbito a tal punto che non si era accorto delle fermate.

… soprassalto e sveglio mia moglie. In cucina c’era la luce accesa. Penso sarà andato a bere un po’ d’acqua. Dico a mia moglie che vado a vedere. Mi fermo sulla soglia della cucina, e quello che vedo mi fa cedere le ginocchia dal terrore, le giuro, mi si piegano proprio, mi devo appoggiare allo stipite della porta e per un attimo mi si appanna addirittura la vista. Rimango lì, immobile, senza avere la benché minima idea di cosa fare, e di che cosa questo significhi.

Cosa c’era di tanto sconvolgente?

Mio figlio, in piedi su una sedia, sul bancone della cucina affettava, con gli occhi aperti, spalancati, due palle da biliardo nere, nere come il petrolio, aveva in mano un coltellaccio, e vi affettava una carota. Le assicuro. Guardava fisso davanti a sé, il coltello in mano, e ritmicamente, non perdeva un colpo, faceva a rondelle quella carota, tac, tac, tac, tac, lento eh, tac, tac, tac, si immagini il silenzio della notte, un bambino in pigiama, con gli occhi spalancati, questo coltellaccio in mano e quel tac tac tac sul tagliere di legno. Forse, forse non rendo l’idea, ma sa quando capita a te…

Sì, sì certo, quando lo si vive in prima persona sembra sempre più importante, unico.

Risero entrambi di quella momentanea inversione di battute.

E sa a cosa pensavo lì, in quel momento?

Scosse il capo in religioso silenzio.

E quando la carota finisce?

Oh cazzo.

Esatto. Proprio così. Quando la carota fosse finita, si sarebbe fermato o si sarebbe affettato la mano?

Mamma mia. Oltre alla paura, anche la preoccupazione che suo figlio si potesse fare male sul serio.

Già, già. Lui andava lento, ma sa, bisognava prendere una decisione in tempi rapidi. Inoltre temevo che strappargli il coltello dalla mano avrebbe potuto farlo svegliare di soprassalto o magari si sarebbe potuto spaventare e chissà poi come avrebbe reagito. Finiva magari che ci facevamo male in due.

Ahi, che situazione improbabile!

Può dirlo forte. E per fortuna che mia moglie si riaddormentò e le raccontai la mattina dopo quel che era successo. Sa, mia moglie è una gran brava donna, ma in queste situazioni lei va in panico, se fosse sopraggiunta, mi sarebbe magari toccato pure prendermi cura di lei, e in quel momento era già tanto se riuscivo a prendermi cura di me stesso.

Ah!

Eh, sì.

E come ha risolto la cosa?

Be’, per fortuna si è risolta da sola.

Cioè?

Finito di affettare la carota ha riposto il coltello nel ceppo, ha spento la luce, ed è tornato a coricarsi, tutto senza neanche vedermi, ma sempre con gli occhi aperti.

Ma robe da matti.

La mattina dopo l’ho subito detto a mia moglie, che inizialmente era scettica, ma quella sera stessa il piccolo ha rifatto la stessa cosa, questa volta con un cetriolo.

Avete contattato subito la clinica?

Sì, abbiamo cercato e li abbiamo contattati.

Però mi tolga un dubbio: quando ho detto ma povero riferendomi al più grande, lei mi ha detto di aspettare a giudicare, perché?

È vero. In effetti il suo giudizio non era sbagliato, ma non teneva conto di tante cose. Le dirò solo questo, se ha voglia lei ci ragioni sopra, visto che è una persona intelligente e acculturata…

Questi ultimi complimenti lavarono definitivamente la macchia che ancora alonava il suo narcisismo intellettuale precedentemente offeso.

Mi dica.

Il sonnambulismo in tenera età, detta in soldoni, ha a che fare coi movimenti inconsci, sono un modo come un altro per trovare soddisfazione di un qualcosa che da svegli non potrebbero fare, sono un po’ come i sogni. Ora pensi a cosa potrebbe significare il fatto che il fratello grande picchiasse il più piccolo, o che il piccolo tagliasse ortaggi dall’evidente forma fallica. Certo, non si può mica accusare il grande di essere un violento e di voler male al fratellino, come il piccolo non può certo essere incolpato di essere un sadico o un masochista: ma sono aspetti che vanno comunque considerati, perché in un modo o nell’altro entrano a far parte del carattere di una persona.

Cristo.

Abbiamo spiegato ai bambini di cosa si trattava, in modo da non terrorizzarli, ma nemmeno prenderli per scemi, i bambini sono molto più svegli di quel che si pensa. Se mai ne avrà, le do un consiglio: li tratti come suoi pari, non li tratti come se fossero troppo piccoli per capire, perché loro capiscono. Tutto. O quasi.

Accolgo volentieri questo consiglio, anche se non credo avrò mai figli.

Perché dice così?

Non lo so. In famiglia non siamo geneticamente portati ad un’educazione sana dei figli.

Ah, ma i geni non c’entrano niente. Dia retta a me. Anch’io la pensavo così. Si è solo un po’ spaventati, ma poi ce la si cava egregiamente.

La mia famiglia non ha ottimi esempi di padri. Da generazioni.

Beh, ma lei mi sembra una persona molto a modo. Lei mi piace sa.

La ringrazio, ma si vede che lei non mi conosce.

Forse.

Sì, già.

Si sorrisero. Non avevano più niente da dirsi.

Lesse un po’ il suo libro. L’uomo uscì e ritornò dopo un po’ di tempo. Non seppe quanto l’uomo stette fuori perché lui si immerse in un sonno senza sogni.

Quando il treno cominciò a rallentare per entrare nella stazione centrale i due uomini tirarono giù le rispettive valigie, si guardarono e dissero insieme.

È stato un piacere. Anche per me.

L’uomo lo scrutò per un po’, sorridendo, poi si decise a parlare.

Non vorrei essere inopportuno, e si senta anche libero di non rispondere: ma cosa l’ha mossa a venire qua?

Il funerale di mio padre. È morto cinque giorni fa.

Capisco. Mi spiace.

A me no.

A quelle parole si rammentò della mancanza che la famiglia del giovane soffriva da generazioni. Quando il treno si arrestò l’uomo aprì la sua valigia e ne trasse fuori una pipa bianca, smaltata, lucida. Ricordava vagamente quella del suo sogno, anche se il fornelletto era un semplice fornelletto.

Le piace?

Cosa?

La pipa.

Ahm, ehm, no, sì, non lo so.

Si rese conto di guardarla con due occhi strabuzzati.

In effetti è da collezione, era di mio padre, forse non è di gran gusto, ma non ce n’è nessuna che sia così, è un pezzo unico. Qualcosa di buono dai padri si eredita sempre.

Non sempre, no.

Be’, buona fortuna allora.

Grazie, altrettanto.

Sceso dal treno seguì l’uomo ancora per un pezzo, fuori dalla stazione ognuno prese la propria strada. Si rese conto di non aver chiesto all’uomo cosa lui fosse venuto a fare in quella sperduta cittadina. Forse, non gli interessava poi così tanto.

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Date
luglio 1st, 2010

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