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Genealogia della violenza nazista

11 Gen 2011 by Giulio Mellana, No Comments »

(di Francesco M. Conte)

È stata la Svezia, nel 1921, a creare il primo Istituto Statale di biologia razziale, con tanto di premi Nobel a premiare figure come Charles Richet e Alexis Carrel, quest’ultimo favorevole a “uno stabilimento eutanasico, provvisto di gas appropriato” capace di risolvere il problema degli anormali “in modo umano ed economico”. Sponsorizzato dalla Fondazione Rockefeller, Carrel arrivò a prospettare una “biocrazia”, in una sorta di sintesi tra fascismo francese ed eugenismo americano.

La ricerca di una società ‘perfetta’ portò in quegli anni l’eminente biologo americano Charles Davenport a immaginare “una comunità nazionale non adulterata da immigrazione di massa”. Zingari, omosessuali, criminali, anarchici avevano finalmente trovato una loro identità, quella dei nemici. Insieme agli ebrei, agli handicappati (oggi si dice ‘diversamente abili’), a prostitute e ‘meticci’, questo popolo invisibile fu additato come il morbo da eliminare nel corpo sociale infetto, senza troppe obiezioni della comunità scientifica.

Oltre alle sterilizzazioni forzate e all’internamento, le politiche pubbliche si spingevano fino a vietare il matrimonio tra ‘adatti’ e ‘inadatti’, con pene che negli Stati Uniti arrivavano fino a 10 anni di carcere.

Se è vero che in Italia l’approccio eugenetico fu sempre temperato dalla presenza della Chiesa Cattolica, contraria a misure di sterilizzazione forzata, gran parte dell’élite fascista condivideva le preoccupazioni già espresse scientificamente da Cesare Lombroso, uno dei maestri dell’antropologia criminale. Ne L’uomo delinquente, Lombroso arrivò ad affermare che i rivoltosi soffrivano spesso di malattie ereditarie, potenzialmente contagiose. Il celebre scienziato torinese pensò pure di distinguere rivolta e rivoluzione, intendendo con questa un fenomeno “più comprensibile”.

Di questo amalgama positivistico tra scienze sociali e politica non ci sono – fortunatamente – molte tracce oggi. Paesi come la Svezia si sono trasformati in una delle mete più ambite per gli emigranti extracomunitari in quanto a facilità nel richiedere asilo politico e assistenza sociale. Nella stessa civile Svezia, però, tra il 1935 e il 1975, sono sterilizzate oltre 50.000 donne, accusate di pesare sull’assistenza pubblica e di essere portatrici di malattie e di stili di vita dagli alti costi sociali. La sterilizzazione coattiva – rimasta in vigore per 40 anni – avveniva per ragioni come: essere incinta senza essere sposata, abortire un figlio per motivi economici, mantenere una vita considerata ‘promiscua’.

In questi decenni di eugenetica e di paranoia sociale, solo pochi scienziati riusciranno a distanziarsi dall’oblio destinato a questi teorici della razza ‘pura’. Uno di questi è Jacques Novicow, morto nel 1912, ma già sostenitore di un’ideale Federazione europea. Nato da padre russo e madre greca, Novicow attaccò costantemente il darwinismo sociale, scovandone presto la motivazione politica (e criminale, è il caso di dire) nel suo conseguire “l’omicidio collettivo come la causa del progresso del genere umano.”

A pochi anni dalla Grande Guerra, non molti avevano capito che genere di distruzione avrebbe sconvolto il mondo ‘civilizzato’. In effetti, quello che doveva essere l’avamposto della “nuova umanità, esteticamente e intellettualmente superiore”, per dirla con le parole dell’antropologo Vacher de Lapouge, divenne il teatro del primo sterminio di massa, dove milioni di giovani trovarono morte e mutilazioni. Questo è lo scenario del libro che lo storico piemontese Enzo Traverso ha descritto nel suo ultimo volume, La violenza nazista. Una genealogia (Il Mulino, 2010). Un affresco impietoso delle boutade politico-scientifiche che hanno portato – e fondato – i tratti più aberranti delle ideologie totalitarie nazista, sovietica e fascista. Dalla storia della ghigliottina ai più moderni sistemi di “violenza rigeneratrice”, questo libro fornirà ottimi dettagli a chi voglia cimentarsi in un’apologia degli scontri di piazza, come per chi – come l’onorevole Gasparri – prediliga invece una “carcerazione preventiva” dei nemici oggettivi.

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