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Fermenti libici vivi

3 Mar 2011 by Giulio Mellana, No Comments »

(di Francesco Conte)

All’entrata di Benghazi ora campeggiano grossi graffiti sui muri: “Free Libya”. Niente più poster e cartelloni inneggianti alla Jamahiriya di Muammar Gheddafi, iniziata dal primo settembre 1969. E pensare che neanche 3 anni fa, Gheddafi aveva promesso innovazioni amministrative e una più ampia redistribuzione del reddito proveniente dal petrolio. Nello stesso anno a Tripoli è arrivata Condoleeza Rice, il primo segretario di Stato Usa a fare visita in Libia dal 1953. Pochi giorni prima invece era arrivato l’accordo con il premier italiano Berlusconi sui 5 miliardi di “indennizzo”, tra cui 2.3 impegnati per i 1.700 chilometri che dividono la Tripolitania dalla Cirenaica, oltre il golfo della Sirte. Negli stessi mesi veniva portato avanti l’acquisto dei diritti da parte della British Petroleum su un giacimento di olio e gas al largo di Benghazi, dentro il golfo della Sirte appunto.

Piccolo il mondo, specialmente quando i 5 milioni di libici si affollano nelle poche città che costellano il regno del Re dei Re africani, come fu dichiarato Muammar Gheddafi nel 2008 da oltre duecento leader del continente nero. Nero come l’olio. E come olio son scorsi via 42 anni di regime del Colonnello, il Duce della Jamahiriya socialista di Libya. Il socialismo tira brutti scherzi, se nonostante il benessere economico per lungo tempo acquisito dai libici, ora proprio nel più ricco paese del Maghreb i fuochi della rivoluzione arrivano a far brillare l’arsenale del monopolio della forza.

Quarantuno anni dopo l’espulsione degli italiani dalla Libia, che proprio loro avevano chiamato così dopo averla sottratta all’impero Ottomano, l’Italia si ritrova a fare i conti con un compleanno amaro. Cosa ne sarà ora del 7% di Unicredit, del 7,5% di Juventus o della partecipazione all’Eni, cui sono state appena prolungate le concessioni  per altri 25 anni, in cambio di 28 miliardi di investimenti? Niente male per uno che doveva essere il Che Guevara d’Africa, e invece è finito per fare il “Gheddascone”. “Gli imprenditori sono i soldati della nostra epoca” – ha dichiarato il colonnello, in vena di boutade – un’abitudine che condivide insieme al primo ministro italiano.

“Gheddafi è un grande, la Libia è un paese ricco, chi non trova lavoro ha perfino un sussidio a disposizione. Noi siamo un popolo di dignità, non andiamo in strada a mendicare” – mi raccontava Suleiman, tripolino doc, durante la mia visita, nel 2006.

Ero andato in Libia all’indomani degli scontri al consolato di Benghazi il 17 febbraio, tra l’altro tappa prevista del viaggio e saltata all’ultimo momento. Tripoli però l’ho vista bene, e con essa anche Nalut, Sebha e i gioielli Ghadames e Sabratha, città di Apollo, ricostruita dagli italiani e ora importante sito archeologico. Più a est invece si trova Leptis Magna, dedicata al culto di Dioniso, accanto alla cittadina di Zliten, già colonia di molti italiani emiliani e veneti. “Qui facevano tanto vino fino a qualche anno fa” – mi raccontava Mohammed, ragazzo conosciuto per strada fuori dal lussuoso hotel – rigorosamente pubblico – dedicato ai turisti. All’ombra della grande città dionisiaca, già luogo di nascita di Settimio Severo, la piccola Zliten cerca di fare soldi col turismo, ma i flussi sono ancora talmente bassi da non permettere un’organizzazione di qualsiasi tipo. In effetti, forse meglio così. Tanto che Mohammed, per la sorpresa di incontrare un italiano per strada per una volta da solo, senza guide né autista, mi invita a casa da lui. Suo padre ha lavorato come operaio cantoniere, anche con ditte italiane, e mi ripete con orgoglio le parole che più ricorda: “Meschino, Alfa Romeo, Brigate Rosse”.

Apollineo contro Dionisiaco, dunque, o semplicemente la voglia di finirla col passato, e al tempo stesso di rivivere la Storia, la Rivoluzione? Il Colonnello nella parte stavolta del nemico, il soldato poeta non più ispirato, mentre il nuovo popolo è schierato per una nuova rivoluzione. Di certo, Gheddafi non ha lesinato immaginazioni bacchiche al cospetto della sua Guardia di Amazzoni, 40 donne al suo seguito, con il compito di difenderlo da ogni possibile inconveniente. Chissà cosa ne sarà di loro adesso, forse raggiungeranno i migranti in cerca di asilo? Fatto sta che molti dei migranti di questi giorni, specialmente dalla Tunisia, sono simpatizzanti del regime perdente, e quindi sarà da aspettarci un nuovo esilio libico, come successe all’indomani della guerra in Iraq.

E sembra un po’ Saddam Hussein il povero Muammar – si fa per dire, visti i 65 miliardi di dollari – studi in Usa alle spalle, come buona parte dei suoi ministri. Lo stesso Saif-al-Islam, figlio secondogenito del rais e portavoce del primo messaggio al suo popolo per scongiurare gli scontri a Tripoli.

“Ma fee al-hamm ma takh-taar”, come dice il proverbio libico: “non c’è scelta nel male”, quando qualcosa di negativo accade, non c’è scelta che affrontarlo. Una posizione da militare insomma, che Gheddafi ha voluto sottolineare con discorsi tanto rapidi da stupire la folla, abituata ai suoi lunghi panegirici pro Islam e suggestioni pan arabiche. Leggo dal suo libro, pubblicato da Manifestolibri nel 2006, ma sommessamente stampato per la prima volta nel 1993 a Sirte, sua città natale: “Dal punto di vista umano non c’è niente di peggio della tirannia di una moltitudine!! È come un torrente impetuoso che non ha pietà di chi gli si trova dinnanzi!!” – e continua così, il racconto, intitolato “Fuga all’inferno” – “Non ascolta le sue grida, né gli tende la mano, anche quando questi chiede aiuto e implora… Ma lo travolge senza alcun riguardo.”

Una premonizione? “La tirannia del singolo è la più debole forma di tirannia, perché si tratta comunque di un singolo” – aggiunge lo scrittore Gheddafi in queste sue note, pubblicate in francese a Losanna nel 1996. “Quanto amo la libertà collettiva, la sua esplosione incontrollata dopo aver spezzato le proprie catene, mentre canta e salmodia dopo essersi lamentata ed aver a lungo sospirato: eppure io la temo e sono diffidente nei suoi riguardi!!”

Pochi sanno che in Libia sono gli uomini a ballare, mentre le donne suonano, da usanza berbera. E così era successo anche a me sulle dune di Ghadames, al confine con la Tunisia, luogo di riprese di Timbuctù, nonché patrimonio dell’Unesco. Nel mezzo delle danze, chiedo a Hanibal cosa ne pensa di Gheddafi. Lui è l’unico a parlare francese, gli altri capiscono solo l’arabo. Nonostante la mia guida, nonché il poliziotto impegnato sempre ad accompagnarci, mi avessero sconsigliato di fare domande politiche a chicchessia, ho pensato che Hanibal, essendo algerino, non avrebbe avuto problemi. Dopo uno sguardo torvo di quelli che nel deserto proprio non puoi scansare, Hanibal dichiara con eloquenza: “Noi algerini e i libici siamo fratelli. Non come gli egiziani, i tunisini, i marocchini. Noi siamo tribù, più di un popolo. Per noi l’ordine è fondamentale, e Gheddafi ha reso la Libya rispettabile, per questo vengono qui a lavorare da tutto il mondo, pure romeni, ucraini. E anche gli italiani, mi sembra, fanno ottimi affari con i libici.”

Gheddafi sembra sempre di più un Lawrence d’Arabia da secondo tempo, dopo aver perso la chance internazionale del 2008, l’apertura al turismo, con tanto di investimenti milionari con il magnate e filantropo Hassan Tatanaki e la progettazione architettonica di Norman Foster, già protagonista della ristrutturazione del Reichstag a Berlino. L’accordo con le tribù che popolano da sempre il deserto è venuto meno proprio come nel grande film di David Lean, che nel ’62 raccontava il delirio di onnipotenza di un inglese che voleva unire gli arabi, e finiva per fare il gioco della madrepatria inglese. Allo stesso modo, dopo anni di affari e promesse, nonostante il benessere raggiunto, Gheddafi si ritrova a fare i conti con il patto mancato, e deve riaffermare con il sangue il suo potere sulle tribù dell’Islam.

Prima dell’Islam infatti, furono le tribù, Zintan, Rojahan, Magariha, Riaina, al Farjane, al Zuwayya, Warfala, Tuareg sono solo alcune delle decine presenti in Libia, senza contare la manodopera straniera, del tutto assimilabile a quella presente in Europa, quotidianamente in attesa di un lavoro per poter essere in grado di inviare i soldi alle famiglie. Nonostante questo, la pace tra le tribù è sempre stata garantita lungo le linee di estrazione di petrolio, gas e acqua. Per una volta, il deserto è sinonimo di ricchezza, e le tribù non vogliono farsela sfuggire. I primi sono stati a rivoltarsi sono stati i Warfala, già protagonisti di pericolose alleanze a livello militare per cercare di spodestare il Colonnello, secondo alcune fonti. Sempre nella zona orientale del paese, gli Zuwayya hanno minacciato di interrompere le esportazioni di greggio e i Tuareg han dato man forte al sud, soprattutto nella città di Sebha.

Proprio da lì eravamo partiti nel 2006 per un’escursione nel deserto dell’Acacus, dove per la prima volta abbiamo parlato con dei Tuareg. “Di dove sei, italiano? Io conosco Inter, Milan, Juventus” – mi approccia concitato Ahmed, in compagnia dei suoi 3 cugini. Vengono da Agadez, in Niger, dove i Tuareg hanno, se possibile, anche più problemi che in Libia.

Gheddafi è pazzo” – mi dice sottovoce – “Lui fa uccidere la gente nel deserto. A Tripoli si sta bene sì, ma per chi viene dal Mali, Ghana, Niger, se non c’è lavoro loro ti schifano.” “Loro chi?” – chiedo, facendolo ravvedere del fatto che chiunque potrebbe essere una spia. Il nostro poliziotto è poco distante, ma non sembra capire il francese. Tra l’altro, non mi sembra neanche una cattiva persona. La stessa guida non ha problemi ad ammettere che di Gheddafi semplicemente non si deve parlare. Suleiman ci spiega “che è facile creare delle incomprensioni”, qui la politica si fa solo nella tenda giusta, con chi deve governare, e gli altri si occupano dei propri affari. Che, nonostante la popolazione sia abbastanza esigua, non mancano.

Suleiman ci spiega che di ogni territorio è responsabile una diversa tribù, tanto che, pur essendo lui la guida, se ne aggiungono altre 3 per portarci nel deserto. “La gente di qua conosce meglio i sentieri.. ogni tribù si organizza per controllare il territorio, ma tutto all’interno della Jamahirya”, il neologismo creato da Gheddafi nel suo libro verde, a significare “lo Stato delle Masse”.

La tribù Magariha da una parte è grata a Gheddafi che ha ottenuto dalla Gran Bretagna la liberazione di Baset al-Megrahi (già imprigionato per il coinvolgimento nell’attentato di Lockerbie)» – spiega il professore egiziano Faraj Abdulaziz Najam dalle colonne dell’Unità – «ma dall’altra non ha dimenticato la defenestrazione dell’ex primo ministro Jallud, ancora vissuta come una grave offesa. Poiché i Magariha sono stimati in quasi un milione, sono bene armati ed economicamente forti risulteranno decisivi nel rovesciamento del raìs e nella definizione dei nuovi equilibri di potere nella Libia del futuro», riflette Najam, specializzato in storia libica.

Grande inoltre la chance per Al Jazeera di fare la parte del leone in questi mesi di primavera araba, ma certamente il caso della Libia desta molte preoccupazioni in tutto il mondo, non più a livello simbolico come l’Egitto, ma soprattutto per le forniture energetiche verso Europa e Asia. “Gheddafi non ha il supporto dell’esercito” – tuona sull’emittente del Qatar Nouri Al Masmari, ex capo di protocollo del Colonnello – “è per questo che usa i mercenari. I libici sono fedeli, sparare ai propri connazionali sarebbe per loro come sparare a se stessi.

Ma chi sono questi libici, e perché quelli di Benghazi hanno tradito il Colonnello, che proprio da lì era partito per la sua rivoluzione verde? “Siamo stati ispirati da quello che è successo in Egitto” – spiega un membro dello Libyan Youth Movement – “Se sono riusciti a cacciare Mubarak, vuol dire che anche noi possiamo liberarci di Gheddafi, e lo faremo con le stesse divise che ha dato ai suoi sostenitori, che non sono più pronti a difenderlo” – mi spiega facendomi vedere delle foto via mail, in cui i dimostranti anti governo provano le uniformi rubate dopo un attacco alla base militare Al Katiba, vicino Benghazi. “Abbiamo voglia di libertà, dopo gli scontri abbiamo subito ripreso a pulire le strade. A Benghazi, Tobruk, Zawia, Al Abrak e tantissimi altri paesi abbiamo il supporto più disparato, anche l’esercito e la polizia sono con noi. Non ci interessa se l’occidente ci vede come radicali islamici, noi sappiamo che non è vero, vogliamo solo essere liberi come tutti quelli che ci giudicano, senza chiedersi davvero cosa significhi vivere tutta una vita sotto lo stesso leader.”

Immagina che qualcuno ti abbia legato mani e piedi per 42 anni, coprendoti gli occhi e la bocca” – dice il colonnello dell’aeronautica Adel ben Omran, 49 anni, al giornalista di Newsweek Babak Dehghanpisheh, “poi immagina che tu venga slegato, dopo aver vissuto tutta la vita così, è come essere in paradiso.” È il momento dell’ottimismo insomma, un nuovo ’68 che ha portato i giovani arabi a rischiare la propria vita piuttosto che abbandonarla al volere dei leader del secolo passato. È il momento in cui ogni cosa potrebbe succedere e in cui solo la paura può aiutare il nemico. E di paura adesso, i giovani di Benghazi possono fare a meno. “Abbiamo difeso le radio, diffuso le foto e i video degli scontri, tramite internet possiamo comunicare con tutto il mondo. Non siamo soli a volere che questo esperimento vada a buon fine” – è sicuro Hafiz, dello Libyan Youth Movement – “Questa è la nostra rivoluzione, i nostri figli sapranno cosa vuol dire libertà, inshallah.”

Molte speranze insomma nel governo dell’ex Ministro di Giustizia Mustafa Abduljalil, attivo in tutti i territori liberi da Gheddafi nell’est, nel sud e nell’ovest della Libia. Entro 3 mesi le elezioni, e poi si saprà se la Libia è davvero in grado di vincere la sua scommessa con la Storia.

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