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Intervista a Carmine Donzelli sui migranti

“L’America non sarebbe nulla se non ci fossero stati gli immigrati”

Quella che leggete di seguito è una riflessione di Carmine Donzelli, fondatore e titolare della Donzelli Editore: un’analisi acuta e motivatamente sentimentale del fenomeno della migrazione. Oltre alla riflessione teorica, quello che può a buon diritto offrirci Donzelli è anche l’esperienza personale di migrante e di editore attento e sensibile al tema. Che, in fondo, è anche un po’ suo.
L’articolo è frutto di un’intervista di Giulio Mellana e Valeria Possi.

La nostra casa editrice ha sempre avuto una vocazione particolare per i temi della mobilità, per le persone che si muovono. È un fatto legato al DNA stesso della casa editrice e del sottoscritto fondatore. Io sono nato in Calabria, a 18 anni mi sono trasferito a Torino, per poi spostarmi a Venezia ed infine (per ora?) a Roma: la mia vita è stata caratterizzata da un’esperienza di mobilità. Venire dalla Calabria è un buon viatico, uno così sa cosa vuol dire sfruttare le opportunità e contrastare le difficoltà di una situazione diversa. La casa editrice nasce nel 1992 sotto gli effetti del lavoro di un gruppo di persone che si occupavano di storia del Mezzogiorno italiano, e soprattutto di mobilità dei meridionali. Qualche anno dopo abbiamo realizzato una storia dell’emigrazione italiana, una storia collettiva, un impegno importante che ha coinvolto diverse persone. E così ci siamo naturalmente predisposti anche all’immigrazione. La migrazione in generale.

È un aspetto fortemente collegato al modo di percepire il mondo in cui viviamo. La mobilità annulla l’idea di una monoresidenza: se mi chiedessero dove abito, certo che io ho un indirizzo, una residenza, un domicilio, ma se penso al modo con cui ognuno gestisce la residenzialità lo vedo sempre più mobile, indefinibile. Molte persone, soprattutto ragazzi, tendono a vivere condizioni in cui si dislocano continuamente. Questo non è percepito da chi pratica le mobilità come una cosa triste, penalizzante o vergognosa: il soggetto che si muove trova il muoversi una cosa molto bella – e coloro che non si muovono difficilmente percepiscono questa sensazione negli altri. Le persone che si muovono da qualcosa di brutto accentuano il carattere di “bellezza” della mobilità: il distacco da qualche situazione che crea (soprattutto gravi) problemi. È il caso della mobilità di lunga distanza che vede confluire verso il mondo occidentale europeo immigrati che muovono dal loro Paese per lasciare situazioni di guerre, fame, miserie e dunque con un’aspettativa fortissima a cercare qualcosa di positivo (qui sta il carattere di “bellezza”) per se stessi.

L’esperienza migratoria è sostanzialmente una ricerca di apertura e ricognizione positiva delle occasioni di realizzazione di sé. Noi invece spesso vediamo il migrante come qualcuno da cui difenderci, ma è un’idea profondamente “brutta” (cioè, in contrasto con quella “bellezza” di cui sopra). Il migrante lo vediamo come qualcosa da temere. L’atteggiamento mentale di chi migra non vuole suscitare questo, ma primariamente è quello di allontanarsi da qualcosa di negativo per tentare di costruire qualcosa di positivo. Che poi ci riesca o meno, che questo percorso sia facile o complesso, dipende molto da come noi ci poniamo nei loro confronti. Insomma, di norma io non vado in un posto se penso che sia peggiore di quello in cui mi trovo, ma cerco migliori opportunità e occasioni di vita. Questo è il punto essenziale: tutta la produzione culturale sul tema dei migranti ha a che fare con questa grande questione di sensibilità preliminare. Noi dobbiamo prendere questa idea e convincerci che questa idea ha in sé un contenuto positivo di apertura. Noi, società vecchia e strutturata, saremmo aiutati nella direzione di qualche apertura verso il futuro. Senza questo noi non facciamo niente, siamo condannati alla morte, all’immobilismo, al disfacimento. Senza l’apporto materiale ed anche spirituale degli immigrati siamo destinati a restare immobili, perché sono energie nuove e fresche che possono contribuire a mettere in moto la nostra società. Questa, ovviamente, non vuole essere una visione idilliaca, non vogliamo negare che tra i migranti non ci siano anche i delinquenti, e che il grado di pericolosità sociale non vada controllato e regolamentato. Non vuol dire che non ci siano regole per richiamare anche queste persone alla responsabilità e all’impegno. Ma le regole sono tali in quanto si applicano indipendentemente da coloro a cui si applicano. Le regole sono una cosa di cui la nostra società è carente per conto suo: prima di mancare le regole verso i migranti, mancano le regole per tutto il resto. È una società che ha una precarietà di regole che si manifesta anche in una difficoltà collettiva nelle regole per i migranti.

Come una casa editrice può affrontare questi problemi? Noi ci proviamo. Il progetto è fare una grande storia dell’immigrazione in Italia, accanto alla storia dell’emigrazione italiana. Bisogna tener conto che per questo progetto si rivela necessario consegnare parte della scrittura, in maniera consistente, ai soggetti stessi dell’immigrazione, senza che vi sia il monopolio di sociologi, antropologi, storici. Questo per portare l’esperienza autentica dentro al testo. D’altra parte intendiamo il fenomeno in modo distorto: l’immigrazione di massa ormai è qualcosa che riguarda un ampio spettro della storia italiana contemporanea; non parliamo di qualche anno, ma ormai di diversi decenni. Questo è un grande progetto che non so quanto ci metteremo a realizzare, ma che stiamo perseguendo.
Nel frattempo una casa editrice come la nostra, in virtù della professione di idee di cui ho parlato, ha il dovere di tenere le orecchie molto tese verso qualunque esperienza che possa andare nella direzione del rafforzamento della logica delle apertura. Così la nostra vocazione si distribuisce su un’ampia parte del nostro catalogo. Vi porterei due esempi diversi e tuttavia entrambi significativi.

Abbiamo riscoperto uno splendido pamphlet scritto da J. F. Kennedy nel 1958, quand’ancora non era presidente degli Stati Uniti, ma era senatore nel Massachusetts, e che gli era stato commissionato da un’associazione per i diritti civili dei migranti in America. Si intitola Gli immigrati e l’America e si apre con una frase scultorea: “L’America non sarebbe nulla se non ci fossero stati gli immigrati”. In cinquanta pagine disegna, a partire da Tocqueville, la storia dell’immigrazione americana come la storia di un fatto costitutivo della nazione americana, senza il quale non ci sarebbe nessuna condizione di partenza. Allora questo è qualcosa che vale la pena ricordare a chi, per esempio, da parte nostra, liquida questi elementi come marginali. La storia italiana contemporanea, così come l’Ottocento americano, quando verrà scritta dai nostri posteri nel 2100 sarà essenzialmente una storia di immigrazione. Ora, per colpa della nostra presbiopia non ce ne accorgiamo, ma tra cent’anni i libri di storia di questo parleranno, perché questo è quello che sta cambiando il nostro mondo.

L’altro esempio è un libro che abbiamo presentato al Salone del Libro di Torino, di una scrittrice libanese che si chiama Zena El Khalil: Beirut I love you. Libro che l’autrice ha scritto in inglese e noi traduciamo in italiano. Zena è una ragazza straordinaria ed è strepitosa l’esperienza che ha fatto, soprattutto nell’ottica di quella mobilità a cui prima facevo riferimento. Zena è figlia di genitori libanesi, ma ha vissuto la sua infanzia in Nigeria, poi si è trasferita a Londra, dove ha studiato, e si è rimessa in movimento ed è tornata in Libano. Durante l’ultima guerra libanese era a Beirut. Gli orrori e le tragedie di quella guerra l’hanno portata ad un certo punto a scrivere sul suo computer una e-mail di una pagina e mezza che ha inviato al quotidiano inglese “The Guardian”. I giornalisti inglesi sono meno autoreferenziali, credo, di quelli italiani e qualcuno ha pensato che questa email fosse molto bella ed il direttore del “The Guardian” l’ha pubblicata in un box di prima pagina come una corrispondenza da Beirut. Zena si è sentita incoraggiata da questa cosa e nei successivi venticinque giorni ha mandato altre venticinque e-mail che sono state tutte pubblicate in prima pagina. Questa esperienza è poi diventata un libro, che noi abbiamo intercettato e tradotto. Per come vanno le cose dei migranti, adesso Zena abita a Torino. Lei è un’artista che crea installazioni, si è innamorata di un ragazzo torinese e qui ora lavora in mille progetti che coinvolgono il suo paese d’origine. Quando abbiamo deciso di presentare il suo libro al Salone del Libro abbiamo posto a noi stessi questo piccolo problema: come conciliare la nostra irrimediabile impostazione occidentale-razionalistica del nostro stand di 32 metri quadri con il fatto che Zena è irrimediabilmente portatrice di una cultura visiva diversa dalla nostra, che noi siamo soliti definire “kitsch”? Allora abbiamo detto a Zena: “ti diamo un angolo del nostro stand e tu ti costruisci la propaganda al tuo libro”. Lei si è presentata con una borsa piena delle sue stoffe, si è costruita il suo angolo, con la collaborazione di una sua cara amica libanese che le ha creato alcune borse, poi, per altro, messe in vendita. La gente un po’ si è meravigliata perché Donzelli ha uno stile serio e persino serioso, ma noi ci divertiamo da morire a sporcarci le mani, a farci ibridare e contaminare costantemente da queste persone che, in fondo, danno senso alla nostra vita.

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Date
giugno 28th, 2010

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admin

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