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Cosa sta accadendo in Egitto

9 Feb 2011 by Giulio Mellana, No Comments »

(di Francesco Conte)

Al Jazeera si chiede se questo può essere il 1989 del mondo arabo, ricordando la caduta del blocco sovietico con il crollo del comunismo made in URSS. Altri, più interessati al dibattito Occidente / Islam, si interrogano sul futuro laico dell’Egitto, con annesso interrogativo sui Fratelli Islamici. C’è chi parla della caduta di Mubarak paragonandolo a Saddam Hussein. Possibile capire un momento storico senza riferirsi alla storia? Una cosa sembra certa, la rivoluzione d’Egitto cambierà il Medio Oriente, dando un’ulteriore prova che i dittatori capiscono solo il linguaggio della violenza.

Difficile negare che molti dei passaparola su quanto sta succedendo al Cairo e altrove si fondino con l’emozione per quanto sta succedendo. E’ così che diventano ‘memorabili’ le disavventure della troupe del Tg2 in auto con l’inno al massimo volume per evitare il controllo dei check point pro Mubarak, raccontate su La Repubblica da Renato Caprile. I giornalisti, in questa rivoluzione, hanno fatto sponda alle proteste, come in Iran non era potuto succedere. Paradossalmente, il sistema Mubarak ha ceduto per sua stessa debolezza, soprattutto ora a seguito dei primi disordini con i mass media internazionali, giornalisti percossi, arrestati, qualcuno scomparso o accoltellato.

Colpo di Stato? Non sembra, visto che l’esercito è schierato da giorni in stand by, al limite del bluff. Aldilà degli entusiasmi di chi nella piazza ha soffiato nel vento della Storia, essere rivoluzionari a distanza si addice perfettamente a una cultura come la nostra, quella europea intendo, abituata a giocare sulla pelle degli altri. Facile insomma essere rivoluzionari per la gioia di vedere più Storia svolgersi davanti ai propri occhi. Non deve interessare troppo a Mubarak sapere che i giovani che protestano contro di lui hanno il supporto esplicito di gran parte di quell’occidente che l’ha sostenuto fino a ieri. E il vecchio Hozni ora dice di non aver mai avuto intenzione di passare il comando al figlio Gamal, pretendendo di essere abbastanza forte per poter restare al timone fino ad agosto, dando il via personamente a una fase di transizione.

Tutto bene, se non fosse che le promesse di chi ha il monopolio della forza non sono mai troppo attendibili. Nel frattempo, negli Usa continua l’indecisionismo Obama, che ogni giorno appare   sempre più accomunato a Jimmy Carter. “Carter perse l’Iran, Obama l’Egitto”, mi spiega Truby, un giornalista di Washington. Per di più, ci si mette pure Wikileaks, pubblicando in prima pagina una lettera del leader dell’opposizione Ayman Nour mentre era ancora in prigione. La lettera, datata 2006 e recapitata all’allora segretario di Stato Usa Condoleeza Rice, insisteva sull’intercessione americana per liberarlo di prigione, vista la natura politica dei suoi reati. In sostanza, Mubarak ha tenuto l’ordine come si fa nelle favelas, dando lavoro a chi lo vuole e il manganello a chi protesta. Ora tutti si affannano ad annunciare la fine di Mubarak, del suo mediocre regime, ma di fatto l’economia egiziana, almeno secondo gli standard economici internazionali, è cresciuta in media del 5% del Pil negli ultimi anni, con però solo 6.000 dollari pro capite nel 2009. Dati che da soli non dicono molto, soprattutto se rapportati a quelli al livello pre crisi, che ha colpito anche l’Egitto. Un’economia insomma in difficoltà, ma soprattutto per una mancanza totale di misure sociali per alleviare disoccupazione e malcontento., piuttosto che per una crisi economica vera e propria. Se le armi usate dalla polizia di Mubarak infatti sono made in Usa, non si può notare lo stesso investimento in ambiti delicati come l’educazione o la sanità. Certo, un imperialismo dalle buone intenzioni non è molto meglio di una realpolitik giocata sulla pelle degli altri. Ayman Nour però, nella sua lettera alla delegata del presidente Bush, aggiunge un riferimento storico, che farebbe comodo al “buon uomo Obama” che, come dice Mubarak, purtroppo “non conosce l’Egitto”: nel 1919, il presidente Wilson promise all’Egitto un’autodeterminazione di diritto, come previsto nei suoi 12 principi. Qualche tempo dopo però riconobbe il Protettorato inglese sull’Egitto. Sono gli anni resi immortali da Lawrence d’Arabia, in cui un uomo bianco e un manipolo di beduini avevano lottato contro il comune nemico ottomano. “Ma abbiamo intenzione di restare, o no?” si chiede Lawrence. Non passeranno molti anni prima che Churchill si pentirà di dover avere a che fare con paesi come l’Iraq, anch’esso sunnita. Eppure la storia non sembra insegnare granché ai nostri leader.

L’opinione di massa rischia di diventare fatto politico, ma cosa succede se invece dell’opinione abbiamo una sostanziale ignoranza, sublimata da un vago tifo per la democrazia dei più poveri?

Questo è uno di quei momenti storici, come l’11 settembre tanto per intenderci, in cui i mass media contribuiscono fattivamente alla realizzazione di eventi direttamente influenzati dall’information flow di cui l’ormai guru Assange è appassionato. Chiedersi se l’Egitto sarà come l’Iran, seppur legittimo, rischia di creare una suggestione di massa che può portare davvero all’Iran cui ci si riferisce. Il quadro politico è troppo impreparato, la nostra comprensione troppo limitata per palesare un futuro del genere, addirittura rischiamo di presagire la vittoria non democratica alle stesse forze che temiamo. In pratica, stiamo suggerendo in massa ai Fratelli Musulmani di allearsi con la coalizione legata ad El Baradei e poi farlo fuori con il pretesto che è troppo occidentale.

Non bisogna per forza aver letto Jacques Derrida per capire che la democrazia non può essere sempre democratica, se vuole restare in gioco. In sostanza siamo di fronte a un bivio.

O accettiamo che un tiranno come Mubarak (o come sarà Suleiman) tenga i radicali musulmani a debita distanza dall’arena politica, e lo faccia fin quando gli Usa glielo chiedano, oppure lasciamo che il popolo egiziano si autodetermini, con tanto di elezioni e partito musulmano. Ora, tutti i leader occidentali hanno ormai tolto la loro copertura a Mubarak e incrociano le dita in attesa di un nuovo assetto costituzionale che garantisca la stabilità istituzionale egiziana. Il problema è che, una volta dato l’appoggio a un Mubarak, bisognerebbe ricordarsi di bussare alla sua porta almeno ogni 10 anni, prima almeno di bombardarlo, come successo a Saddam Hussein, o di lasciarlo al suo destino senza troppe smancerie, come sta succedendo oggi.

Detto questo, sarà difficile che la prevista rivoluzione avvenga senza una redistribuzione soprattutto politica – a lungo rifiutata dal regime di Mubarak. Cadranno delle teste, come in ogni rivoluzione che si ‘rispetti’, e la massa dovrà cercare di portare a casa il miglior risultato possibile, con il loro impegno in prima linea, con il rischio di essere arrestati, torturati, uccisi. Non un gioco da ragazzi, ma diverse migliaia di egiziani stanno correndo il pericolo, con le migliori intenzioni. Non possiamo slegare però il supporto morale per questi giovani dal sostegno all’Islam professato dalla maggioranza (il 91% della popolazione), sperando che non sia né anti-americano né anti-israeliano.

Certo, le elezioni democratiche potrebbero risolvere molti dubbi, ma avere un nuovo Iraq (con tutto il ‘rispetto’ per il Belgio secondo in classifica in quanto a mancanza di esecutivo) non aiuta di certo a creare un’immagine di fiducia, particolarmente in riferimento a Israele. Su Internazionale di questa settimana, si può leggere un intervento di Paul Kennedy, professore a Yale University, che spiega: “Da almeno 15 anni Washington sembra aver perso di vista il fatto che la pace e dell’Egitto e dei paesi vicini sono infinitamente più importanti di quello che può succedere in Afghanistan e perfino in Iraq” – dice Kennedy – “Il Cairo è la capitale di uno dei paesi cardine al mondo, Kabul no.” Si potrebbe essere più eloquenti? Se non si vuole favorire il processo democratico, si rafforzi almeno un autoritarismo per quanto possibile sopportabile dal popolo. O almeno, se questo è troppo da chiedere all’ipocrisia occidentale, prepariamoci a un post Mubarak prima che questo cada, oppure più semplicemente ci siamo dimenticati pure che esiste un Egitto oltre alle Piramidi e alle Sharm el Sheik?

Le elezioni non sono tutto. D’altronde, il fatto che Hamas abbia democraticamente vinto le ultime elezioni in Palestina non sembra abbia aiutato il dialogo arabo-israeliano o lo stesso processo democratico nei territori occupati. Meglio una democrazia islamizzata o un autoritarismo in stile Usa? Avendo già il secondo tra le mani, forse era meglio inviare meno armi e investire di più sulla ricchezza del paese. Invece così si butta il bambino che è l’Egitto e l’acqua sporca che è la tanto conclamata guerra al terrorismo, che si arricchisce di un’altra incognita bollente.

La democrazia, e con questa si intendono i paesi europei, gli Stati Uniti e insomma tutto il cosiddetto occidente, deve difendere con la forza i propri standard, a costo di agire non democraticamente con formazioni antidemocratiche come Hamas. Ora, chi decide chi è il nemico? Non è vero che l’Egitto sarà il nuovo Iran, e anche se così fosse questo non comprometterebbe molti lucrosi affari che paesi come l’Italia e la Germania non disdegnano di concludere ad esempio con il regime di Ahmadinejad. Qual è il problema allora? Perchè non lasciare il popolo libero di autodeterminarsi? Ci sono alcune ragioni, a mio avviso, di diverso tenore: 1) il rischio di avere un interlocutore troppo debole nei confronti di Israele, con gli Stati Uniti ancora più scoperti nella loro mono-politica pro israeliana. 2) non si sa davvero dove questa rivoluzione andrà a finire, né se sia voluta dalla maggioranza della popolazione 3) l’orgoglio tutto occidentale di ‘avere’ dei leader arabi in giacca e cravatta potrebbe essere frustrato dall’emergere dei Fratelli Musulmani e di movimenti affini che ancora non conosciamo.

Su alcune bandiere in una delle prime manifestazioni al Cairo, una traduttrice siriana mi dice di aver letto: “Ci vediamo in Arabia Saudita.” Secondo lei, questa è una prova del fatto che molti agitatori sono pagati da radicali islamici che cercano di aprirsi uno spazio politico in Egitto, per poi richiuderlo al loro passaggio, in perfetto stile biblico. E’ evidente che il radicalismo islamico non può andare d’accordo con la democrazia, penso che questo sia già chiaro. Di fronte però alle esitanze  (e ai trentennali abusi) di Mubarak e alle violenze dei suoi corpi irregolari  cosa bisogna fare allora? Forse fa bene smorzare la tensione, come fa la Spinelli su La Repubblica, parlando dell’esercito coi toni patetici di una rivoluzione del pane, ma ad avere la meglio spesso è il più agguerrito, e non chi ha ragione.

Bisogna sporcarsi le mani, e i ragazzi di piazza Tahrir lo hanno messo in conto.

Sherine ha 30 anni, vive dall’altra parte del fiume, vicino al Marriott Hotel, dove diverse troupe televisive sono state sistemate dopo essere state allontanate dal più pericoloso Hilton. E’ cristiana copta, ma ci tiene a testimoniare il suo rispetto per l’Islam. “E tu lo rispetti?” mi chiede.

Dice che il suo candidato è Nour, ma non si fida di El Baradei, “è stato troppo lontano dal nostro paese, non sarebbe un leader credibile” – spiega. Nonostante sia cristiana, vede di buon occhio i Fratelli musulmani, “in crescita”, ma si dispiace anche che Mubarak sia arrivato al capolinea. “è stato un bravo capo, ma ora basta”.

Ecco, questo “ora basta” che anche Obama ha fatto proprio, non è ancora un’alternativa credibile al regime che si sfascia. Il suo diventare un effetto domino nel mondo mediorientale e mediterraneo dipenderà in gran parte da come l’Egitto si metterà in relazione con i giovani (e non solo) di piazza Tahrir. La grande caduta del ’89 rischia insomma di diventare un ’68 mancato, con giornalisti e attivisti che si rincorrono a suon di twitter e facebook. Ma la rivoluzione non si fa sui virtual network, e l’Iran – uno dei paesi a maggior tasso di personal blogging – lo ha già dimostrato.

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